Dall’operaio massa all’OPRAIO sociale

Bello Figo, una chiave inglese sulla cultura della serietà – SWAG ANTIFA

Non mi sporco le mani
Perché sono già nero

Bello FiGo ft The GynoZz

La provocazione è sempre stata un tratto saliente dei movimenti rivoluzionari più effervescenti e spesso efficaci. Si pensi alla risata che seppellisce di anarchica memoria, agli zut di Radio Alice, all’arroganza tamarra di un proletario che durante un esproprio al supermercato getta a terra il pane e se ne va con lo champagne. Provocazione e tracotanza, quando collettivi, sono segni di una consapevolezza di potenza: potenza irrisoria che erompe dagli angusti argini del miserabilismo e della peggiore retorica poverista.

Il rapper parmigiano di origine ghanese Bello Figo, scanzonatamente antilavorista e derisorio del discorso fascista di difesa delle “nostre donne” e di stato sociale riservato agli italiani, esplicita un’attitudine che le/i rivoluzionari* dovrebbero essere pront* a rivendicare e difendere sempre e sotto qualsiasi forma si presenti.

“Dovrebbero” perché continuano spesso a legarsi coi lacci della seriosità, che evidentemente suppongono essere la sola strada materialmente efficace da percorrere verso una rivoluzione, futura, che non arriva mai e che non trova mai spazio nella costruzione di una quotidianità diversa e godibile. Senza, peraltro, avere riscontri empirici di tale supposizione.

La stessa autoimposizione castrante che porta molt* compagn* a distanziarsi da un Bello Figo, li porta poi a tentennare nel prendere posizione di fronte alle minacce che giungono a lui dalle crescenti forze neofasciste che sempre più spesso lo costringono a cancellare i suoi concerti.

Forze neofasciste che sappiamo bene non essere capaci solo di ciarlare via internet, ma anche di azioni materiali.

Si contano finora (al 24 gennaio) ben 3 concerti annullati da Bello Figo per via delle minacce ricevute dagli organizzatori degli eventi: Borgo Virgilio (Mantova), Legnano (Milano) e Brescia. L’ultima provocazione in ordine cronologico è un tazebao esposto a Roma da un gruppo neofascista (Azione Frontale) di fronte agli Ex Magazzini, locale di Testaccio che ospiterà (sempre che non salti) il concerto di bello figo il 4 febbraio. “Siamo pronti a picchettare gli ingressi” dicono i fascisti che sembrano compattarsi nell’odio verso il rapper di Parma e verso quello che Bello Figo rappresenta: la capacità di un ragazzo di smontare con i suoi testi la retorica di sinistra che vuole i migranti come dei poverini incapaci di autodeterminarsi e di desiderare una vita fuori dal capitalismo. Una retorica impotente che non preoccupa i padroni e i loro scagnozzi con la camicia nera.

Se i razzisti assumono una posizione chiara verso Bello Figo, non si può dire lo stesso delle compagne e dei compagni che affrontano quotidianamente la stessa violenza fascista. Eppure sembra contraddittorio che un movimento che ha fatto della lotta per la casa una sua rivendicazione centrale e aggregativa non prenda una posizione di piena apertura e solidarietà verso chi ha fatto di uno degli slogan della lotta per la casa “io no pago affito” il nome stesso del suo tour. Le costanti minacce da parte di gruppi neofascisti dovrebbero quantomeno far riflettere tutte e tutti le/gli antifascist* sulla posizione di Bello Figo nello scenario mediatico, culturale e politico italiano. Nonostante questo, parti di movimento sembrano incapaci di fare proprie le parole e le provocazioni di qualcuno che non sia stato creato a tavolino dai leaderini dei vari gruppi a margine di un’assemblea fiume di 12 ore.

Bello Figo, forse inconsapevolmente, indica un orizzonte in cui la cosiddetta “provocazione” può essere un’importante arma per i/le rivoluzionari/e.
Sabato 14 gennaio, a Milano, mentre l’antifascismo di maniera faceva una passeggiata per il centro per dichiarare che il fascismo è “incostituzionale, illegale, brutto&cattivo” un gruppo di ragazzini che piazzavano all’arco della pace si trovavano davanti l’odioso presidio di Forza Nuova.
La reazione? Dopo aver urlato ai camerati gli epiteti che più gli si confanno (“merde”) ci si mette a dabbare davanti a loro e a suonare a tutto volume “Io no pago afito”.

I fascisti esterrefatti, paralizzati dalla propria miseria e dalla spontaneità veramente rivoluzionaria di quei ragazzini e di una canzone che riporta tutto al suo archè, che non è altro che il desiderio.
Perché dobbiamo tornare a dire che è il desiderio quello a cui puntiamo, dobbiamo tornare a dire che noi non vogliamo pagare l’affito, che non vogliamo vivere una vita di merda fra le catene del lavoro, che vogliamo tutto e subito, e che ce lo prenderemo.
Bello Figo lo dice, forse scherza, probabilmente provoca, lo fa in forma spuria, eppure chi lo ascolta comincerà a desiderare una vita diversa da quella che ci viene venduta in cambio del nostro tempo vitale.
E noi cosa faremo? Continueremo a fare politica per mestiere? Continueremo a essere seri e compunti? Saremo, in ultima istanza, vecchi grigi e innocui?

Serve darsi una scrollata e prendere una posizione, lasciando andare ogni forzato giudizio discretivo e ogni posizione elitista, perché quella contro le pratiche dell’autoritarismo fascista non è solo la lotta di Bello Figo.
Questo vuole essere uno spunto.

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Hellworld

Traduzione dell’omonimo pezzo di Harper Ferry, pubblicato su Ultra.

Da qualche parte ai piedi boscosi delle delle North Cascades, un gruppetto di comunist* si raccolse per evocare i morti. Ero un* di loro, ma non sapevo di preciso cosa stessimo facendo. Ero vicino al piano della cucina che guardavo fuori, oltre il prato, fumavo erba con le/gli altr* e parlavamo di come e perché tutti amassimo Kanye. Ad un certo punto un paio di streghe (nostre amiche) si unirono a noi e ci spiegarono come raggiungere la strada di ghiaia per arrivare al fienile. Da quel momento, le nostre amiche si calarono nel ruolo di inespressive accolite. Portavano torce da giardino; ci condussero lungo un sentiero nel bosco che man mano diventava più scuro, facendo attenzione affinché evitassimo pozzanghere e doline. Ci guidarono oltre il piccolo ruscello che correva parallelo, sebbene molto più tranquillo, al fiume che si trovava 400 metri più in là, oltre il bosco. Eravamo entusiast*, solenni, e probabilmente più curios* che altro. Il soffitto di abeti di Douglas incombeva sopra di noi come un drappo nero gettato sulla testa di una persona rapita, come se il cielo non volesse che vedessimo il suo volto. Di tanto in tanto sentivamo un fruscio tra i cespugli che ci faceva sobbalzare.

È stata una settimana piovosa. La foschia del Northwest è ottima per la necromanzia e il black metal, ma la pioggia ha la capacità di inzuppare le buone vibrazioni rendendole pesanti e ombrose. L’anno scorso, quando campeggiammo qui, c’erano il sole e il fumo degli incendi boschivi poco distanti. Quest’anno abbiamo avuto pioggia e nebbia. La foresta in questa parte del paese sembra magica, ma la magia non è sempre invitante e bizzarra. Quando facemmo il rituale, era tragica e funesta. Nessuno ha mai detto che il mondo è qui per te. Non è nemmeno qui per sé stesso. È semplicemente qui.

Mentre mi facevo strada con attenzione nel fango, la foresta minacciosa continuava a riempirmi di spavento. L’unico pensiero che avevo fisso in testa durante la solenne marcia era come la gente al campeggio avesse cominciato ad utilizzare il nomignolo “Hellworld” per descrivere tutta la merda che fa schifo nella vita. Qualcun* l’aveva utilizzato una volta e da lì aveva cominciato a propagarsi. Lo cacciavamo in ogni frase possibile perché riuniva i nostri problemi in un unico e coerente pantano. Hellworld era gli sbirri. Era il lavoro. Era la rampante e annichilente impossibilità di avere gioia sulla terra. Hellworld è la vita di ogni giorno.

La mia amica Emily s’è tolta la vita quest’anno. È stata una cosa grossa. Non posso dire che io e lei fossimo particolarmente intim* (anche se passavamo molto tempo insieme) ma la sua dipartita da questo reame è stata una catastrofe per chi di noi le è sopravvissut*. Penso sia semplicemente così. Ognun* è a lutto, le nostre reti affettive sono a loro volta a lutto, e nessun* riesce a far quadrare la propria vita. Hai mai provato a toccare il fondo mentre stavi nuotando per accorgerti solo in quel momento che l’acqua era più profonda di quello che pensassi? L’acqua che ti invade il naso e la bocca mentre cerchi di respirare: quello è Hellworld.

Finalmente arrivammo esitanti ed un poco impauriti al sito del rituale. Era un piccolo spiazzo con una sorta di altare nel mezzo: lo scheletro di una piccola canoa rovesciata, sospesa in aria grazie a due treppiedi di legno grezzo. Tra i treppiedi, piccole pietre bianche erano legate allo scheletro della barca, dando l’impressione di essere pioggia, o per lo meno delle luci di natale della forma di ghiaccioli pendenti. Alla base di ciò si trovava una piccola pila di pietre grezze e larghe (tradizionalmente conosciute col nome di tumulo, se la mia memoria di pessimi romanzi fantasy è corretta). Gli organizzatori del rituale uscirono quindi presentandosi a noi e accesero altre torce da giardino e quelle che credo fossero centinaia di quelle piccole candele da tè che i maestri di arte delle scuole elementari adorano.

Qualcosa nell’atmosfera mi aveva già res* uno straccio. La teatralità mi aveva colpito, forse, o c’era troppo ozono nell’aria. Mi sentivo terrorizzat* per ragioni che non riuscivo a identificare. Le/gli organizzator*, o, come li/le chiamerò da qui in avanti, “la Commissione delle Streghe”, cominciarono con una breve spiegazione di ciò che intedevano per «rituale».

Per come l’avevo capita, la questione era contattare i/le nostr* amic* cadut*, così come coloro che sono mort* senza che noi nemmeno le/li avessimo conosciut*: vittime di tratta degli schiavi, enclosures, polizia, povertà, abusi, omicidi – affinché potessimo aggiungere la loro forza alla nostra. Tutt* insieme, le/i nostr* amic* mort* rappresentano una continuità nella storia di Hellworld, il suo peso che incoscientemente spinge i corpi nella sporcizia come fatto necessario alla sua stessa esistenza. Il fiume Stige, che attraversa l’Inferno, è composto da tutti i sorsi che ci siamo versat* in onore delle/dei nostr* compagn*. Al di là di certi dibattiti fattuali riguardo allo stato corrente dei morti, con quali migliori alleati potremmo sperare di allearci contro il mondo?

Non è così sorprendente quando rifletti sul fatto che comunist* e anarchic* potrebbero avere una relazione piuttosto ravvicinata con i morti – non solo per il fatto che spendono un sacco di tempo leggendo e discutendo il lavoro teoretico di persone morte. Dopo tutto, alla base del comunismo c’è un profondo disadattamento a Hellworld. Tutt* conosciamo persone morte, è un fatto della vita, ma se combini questo all’abitudine a frequentare sottoculture incestuose e frustrate, nonché un background esistenziale in gruppi che trovano la vita in Hellworld più dura di qualsiasi altro, i corpi sfortunatamente cominciano ad ammassarsi (la lista comincia ad allungarsi?). Come disse il comunista tedesco Eugen Leviné alla corte che lo mandò a morire di fronte al plotone d’esecuzione: “noi comunisti siamo persone morte in congedo“. È vero per tutt*, ovviamente, ma forse è specialmente vero per coloro tra noi la cui esistenza potrebbe un giorno minacciare il tranquillo scorrere del capitale.

Dopo la parte più coreografica del rituale, che incluse poesia e teatro, le/gli spettatrici/ori furono incoraggiat* a chiamare specifiche persone morte che desideravano invitare all’interno di quello spazio. La gente parlò di genitori e nonn*, amic*, vittime di omicidi di polizia, mariti, fidanzati e bigotti, autori/autrici d’impatto, personaggi prominenti dei movimenti sociali, ecc. Per quanto mi riguarda, riuscii a pensare solo ad Emily.

Emily si tolse la vita per sfuggire a Hellworld. Cosa significherebbe chiamarla indietro, in qualsivoglia forma ci si possa aspettare che una morta ritorni? Specificatamente, il suo ultimo desiderio fu di essere morta. Chi sono io per desiderarla viva? Di maledirla con la rinascita quando la nascita le fu così ostile?

Scommetto che Lazzaro si incazzò parecchio con Gesù. Morire, sfuggire a Hellworld e andar dritto in Paradiso per poi essere chiamato indietro in qualche tomba ammuffita tre giorni dopo dal suo amico, il borioso figlio del falegname? Nah. Non potevo provare a far quello ad Emily. Mi ha fatto pensare a quella frase di Cioran: “aver commesso ogni peccato tranne quello di esser padre”. Con questo in mente, decisi invece di aderire alla cerimonia magica chiamandovi il mio defunto padre. Quello sfaticato non fece granché per me in vita, per cui non mi preoccupai troppo a chiedergli qualche stronzata dall’aldilà. Ancora una volta, però, mio padre fallì nel materializzarsi in qualche modo significativo. Questo, più di qualsiasi altra cosa, esemplificò le mie sensazioni non solo rispetto al rituale, ma ai morti in generale.

Non sono esattamente un* non-credente rispetto al mondo della magia, ma lo sono rispetto alle sue pratiche in generale. Sono interessat* alla magia che è profondamente inumana, che destituisce l’essere umano dalla possibilità di imporre il suo dominio sul mondo e sulle energie che lo muovono, una magia oscura che è difficile da utilizzare in quanto si manifesta in modalità che sono impossibili da conoscere. I morti, penso, ricadono nella categoria dell’inconoscibile e sicuramente si rifiutano di essere imbrigliati.

I miei morti sono morti. Per me questo è il punto, più o meno. Non sono semplicemente a lutto per Emily. Piango qualsiasi realtà concepibile che non l’avrebbe portata a scegliere di non-esistere. Piango un mondo che offra possibilità che siano meno distruttive dell’essere obbligat* a lavorare solo per avere del cibo di cui nutrirsi ed un posto in cui vivere. Quello sarebbe un mondo in cui Emily avrebbe potuto sopravvivere. Sarebbe un mondo in cui io potrei sopravvivere. Invece, eccomi qui, mezzo-mort* a chiedere ai morti di essere mezzo-vivi.

Tutto sommato, sembra che globalmente le sedicenti streghe cosmopolite di oggi basino le proprie pratiche sia sulle calunnie dei cacciatori di streghe che sulle ricostruzioni storiche dei rituali e delle pratiche magiche. Per molt* la reviviscenza (molto trendy) della stregoneria è principalmente un movimento estetico che riproduce l’immaginario delle streghe più per tentare di incarnare audacemente un tabù che come mezzo per dispiegare un potere personale nel mondo. Affinché non ci si emozioni troppo rispetto al carattere evidentemente antisociale di questa evoluzione, Hostis ci ricorda che

La scomparsa di figure sante non significa che i racconti morali siano spariti. La virtù oggi appare negativamente; la malvagità viene esposta agli spettatori di modo che ‘facciano le proprie scelte.’ Questo funziona raramente, però, dal momento che il postmodernismo si fa beffe della “disruption” – non esiste molto che sia tuttora sconvolgente. I ragazzi delle confraternite apprezzano sia American Psycho che Fight Club a seconda del loro umore. Ci sono parecchi broker finanziari che leggono Bukowski come parecchi analisti della Difesa non si perderebbero un episodio di ‘Girls’ la domenica sera. Questo conferma un sospetto che molt* hanno avuto rispetto alla potenzialità radicale delle politiche culturali, ossessionate come sono dalla propria maginalità: più che condannare la cattiveria, la rappresentazione della trasgressione oggi finisce col renderla triviale.

Da un punto di vista prettamente storico, è interessante notare come la caccia alle streghe intrapresa dagli europei sia coincisa con l’affermazione e l’istituzionalizzazione di una visione del mondo che stabilisce l’umanità come una testa che esercita la propria volontà sul corpo altamente meccanizzato del mondo, affidabile e responsabile. Sopra di loro c’era solo Dio, e cos’era costui nella loro mente se non una proiezione di umanità su quanto di inspiegabile c’era nel mondo? Le streghe, per come vennero narrate dai loro assassini, potevano esistere solamente all’interno di una filosofia che sostenesse che gli individui siano capaci di incidere nella realtà tramite la completa applicazione di una volontà disincarnata. Questa filosofia costituisce un approccio alla magia che io chiamo l’Arcano. La magia arcana opera come estensione di chi la pratichi, avendo effetto nel mondo attraverso mezzi non riconoscibili per raggiungere uno specifico obiettivo. Dal momento che le pratiche dell’Arcano dipendono da un esercizio di volontà cosciente, faranno quindi affidamento ad un’idea umanistica che privilegi la coscienza sopra a tutto il resto.

L’animismo è un ottimo esempio di campo di pensiero in cui generalmente la nozione arcana di magia prevale dove una più fedelmente oscura concezione sarebbe più coinvolgente. Che quanto è non-umano (o non-senziente) si muova ed abbia una specie di vita (o volontà) propria è certamente un pensiero interessante, ed è complementare alla prospettiva di un mondo che non solo non ha bisogno di noi o non ci vuole, ma che banalmente è differente da noi al punto tale che la Volontà degli oggetti è, generalmente, inconoscibile per noi al di là di una generica comprensione delle forze che li muovono. Una pratica magica veramente oscura farebbe bene a concepire un mondo il più possibile incosciente. Come se fosse un esercizio di estinzione.

Più che agire nel mondo con quello che abbiamo di fronte, richiamiamo extraplanarmente una qualche qualità sconosciuta, sperando che ci possa venire in aiuto. In questo caso, la necromanzia – la scuola di magia dedicata allo sfruttamento dei morti – è più che un’intelligente analogia con la politica. È un effettivo dispiegamento pratico delle politiche di sinistra rispetto al mondo dei morti.

Il predisporre corpi e spiriti verso un conflitto tramite l’esortazione da parte di una rappresentanza auto-selezionata è l’obiettivo di ognuna di quelle anime tristi che vediamo imbracciare un cartello nelle strade. Sia che questo dica: “PENTITI O AFFRONTA IL GIUDIZIO” o che esclami: “RIVOLUZIONE ORA!”, la filosofia operativa è composta essenzialmente dalla stessa chiamata ai morti perché si sveglino.

Forse il vecchio socialista che vediamo urlare slogan e rifilare giornali stucchevoli vive in quell’angolo di strada. Chi lo sa? E chissenefrega? Se fosse così non sarebbe che un altro corpo che schiviamo gentilmente mentre ci rechiamo a lavoro. Un giorno sì ed uno no, lui o qualche altr* ferrovecchio è lì a sventolare giornali chiamando perfett* sconosciut* “compagno/a”, e diffondendo la buona novella. Probabilmente comprerei il giornale di tanto in tanto se sapessi che questa persona è lì per i soldi, ma non sopporto l’idea di offrire una qualsiasi forma di validazione alle sue fantasie auto-esaltanti. Voglio piuttosto che si scoraggi e molli tutto, per essere non solo insoddisfatto della vita, ma anche dei metodi con cui ci fa i conti. Se cerchi aiuto e compagnia urlando nel vuoto, solo il vuoto risponderà. La politica è la necromanzia dell’Hellworld quotidiano.

Quando il rituale finì ed ognun* si stava asciugando le lacrime prima di mettersi in cammino per lasciare il bosco, rimasi ancora un minuto. Mettendomi in ginocchio sulla terra umida, esaminai l’anello di candele che formava il cerchio attraverso il quale credo dovesse avvenire l’evocazione degli spiriti. Scelsi una candela, la chiamai Emily, e spezzai il cerchio spegnendola con un soffio, perché questo è quello che per me è Emily ora. Emily è precisamente non-Emily, la particolare assenza di Emily. Emily è solo un nome che potrei dare alla mia amarezza. Questo è quello che Hellworld è: la sensazione che qualcun* sia assente da una funzione finché realizzi che è solo mort*. È l’inversione di qualsiasi cosa che so essere buona nel mondo. Un* dei membri della Commissione delle Streghe si accorse che ero abbastanza pres* male. Mi mise la sua mano sulla schiena e mi disse che mi avrebbe riportato al campeggio.

Non mi ritengo ate* rispetto alla magia. I rituali possono essere significativi e potenti. Il cerchio magico ha i suoi limiti, però, e piuttosto che le anime dei/delle nostr* amat* credo che quella volta invocammo la catarsi: una che potessimo provare a condividere. Quello che invocammo fu un altro giorno preso in prestito al nostro terrificante futuro. Qualsiasi cosa mi aiuti a superare una giornata è abbastanza buona per me. Quello a cui sono veramente interessat* è saccheggiare quanto mi sia mai piaciuto e spellare vivi i ragazzini ricchi di Instagram, ma mi occorrerà qualche giorno in più per riuscire a fare accadere queste cose. Sono felice che la Commissione delle Streghe mi abbia potuto dare qualcosa, almeno.

Quando Hellworld si prende qualcun* di noi, e riusciamo ad accettarne la morte, questo sintetizza il problema essenziale di cosa sia la vita per noi qui e ora. Se Hellworld, o il capitalismo, o qualsiasi nome gli si voglia dare, è la morte di quello che ci piace, allora bisogna uccidere Hellworld. Dobbiamo ribaltare il mondo, caverne la gioia e frantumare tutto quello che rimane. Elaboriamo una magia che ci permetta di fare questo.

Harper Ferry

 

Emily Smalls
RIP Emily Smalls
Hesh Paul
RIP Hesh Paul
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Il grande gioco della guerra civile

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Traduzione dall’inglese di The Great Game of Civil War prodotto dai/dalle compagn* american* di Ill Will Editions e pubblicato originariamente su Bloom0101 

REGOLA N° 1
Fino a nuovo ordine, tutti i vostri diritti restano sospesi. Naturalmente, è meglio che conserviate l’illusione di continuare ad averne. Per questo, ci limiteremo a infrangerne uno alla volta, caso per caso.

 REGOLA N° 2
Siate cortesi: non parlateci più di leggi, di Costituzione e di tutte queste suggestioni d’altri tempi.  Da un po’ di tempo, come avrete notato, abbiamo approvato leggi che ci pongono al di sopra della legge e di qualsiasi cosa rimanga di questa fantomatica Costituzione.

REGOLA N° 3
Voi siete deboli, isolati, disorientati e sopraffatti. Noi siamo numerosi, organizzati, forti e preparati. C’è chi dice che siamo una mafia. È falso. Noi siamo LA mafia, quella che ha sbaragliato tutte le altre. Noi soli possiamo proteggervi dal caos del mondo. È per questo che ci piace  farvi sentire deboli e insicuri. È grazie a questo scenario che i nostri loschi affari continuano ad essere redditizi.

REGOLA N° 4
Per voi il gioco consisterà nel fuggire, o per lo meno nel tentare di fuggire. Per fuggire intendiamo tentare di superare il vostro stato di dipendenza. La verità è che, in questo momento, voi dipendete da noi in ogni ambito della vostra vita. Mangiate ciò che produciamo, respirate quello che inquiniamo, siete alla nostra mercé al minimo mal di denti e, soprattutto, nulla potete contro la superiorità assoluta della nostra polizia, alla quale abbiamo conferito pieni poteri, a dirla tutta, sia per quanto riguarda l’azione che per quanto riguarda le valutazioni.

REGOLA N° 5
Non sarete in grado di fuggire soli. Perciò, dovrete iniziare a costruire la solidarietà necessaria. Per rendere il gioco più difficile, ci siamo organizzati per liquidare tutte le forme autonome di socialità. Solo al lavoro è permesso permanere: la socialità sotto controllo. Per voi, pertanto, la questione è riuscire a fuggire dal lavoro – tramite il furto, l’amicizia, il sabotaggio e l’autorganizzazione. Ah, un’ultima cosa: da ora ogni mezzo di fuga è un crimine.

REGOLA N° 6
Non smetteremo mai di ripeterlo: i criminali sono nostri nemici. Di conseguenza, dovete prima di tutto mettervi in testa quanto segue: i nostri nemici sono criminali. In quanto potenziali disertori, ognuno di voi è di conseguenza un potenziale criminale. Questo è il motivo per cui è meglio che teniamo una lista dei numeri che avete chiamato dal vostro telefono, che il vostro cellulare ci permetta di localizzarvi in ogni momento e che la vostra carta di credito ci dia modo di conoscere al meglio le vostre abitudini.

 REGOLA N° 7
Nel nostro giochino, coloro che abbandonano il loro isolamento sono quindi chiamati “criminali”. E quelli che avessero l’audacia di contestare questa situazione, li chiameremmo “terroristi”. I secondi possono essere uccisi in ogni momento.

REGOLA N° 8
Siamo consapevoli del fatto che la vita nei ranghi della nostra società contiene all’incirca quel po’ di gioia che potrebbe dare un viaggio in metropolitana; che la ricchezza prodotta finora dal capitalismo è risultata solo in una desolazione universale; che il nostro ordine ormai mangiato dai vermi non ha altri argomenti al di là delle granate stordenti che lo proteggano. Ma che possiamo farci – è così che funziona! Vi abbiamo disarmati mentalmente e fisicamente ed ora abbiamo il monopolio su tutto ciò che vi abbiamo negato: violenza, complicità ed invisibilità. Francamente: se voi foste nella nostra posizione, non fareste lo stesso?

REGOLA N° 9
Conoscerete la prigione.

 REGOLA N° 10
Non ci sono ulteriori regole. Tutte le mosse sono consentite.

– IL TUO GOVERNO

Scarica il PDF per la stampa qui: Il grande gioco della guerra civile [poster A3]

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Sulla giornata del 5 novembre

Immagine: Dans la Rue

Ieri pomeriggio, nel quartiere Magliana di Roma, compagni e compagne antifascist* sono sces* nelle strade per ostacolare il presidio di Forza Nuova “Magliana come Goro”.

Questa mobilitazione, che si è conclusa con il sequestro dello spazio sociale Macchia Rossa, con una narrazione pubblica fasulla che vede la gente della Magliana attaccare gli antifascisti e con un rastrellamento che ha portato a 53 fermi e 8 arresti tra i/le compagn*, è l’ennesima riprova che i fascisti sono intoccabili nel perseguire i loro scopi.
La giornata di ieri, che oltre ai fatti di Roma ha visto un tentativo di vietare la contestazione al teatrino governativo della Leopolda a Firenze e una feroce repressione delle compagne e dei compagni antifascist* a Pavia, conferma che il governo del PD sta accelerando la progressiva distruzione dei movimenti anticapitalisti e antifascisti. Questo ci impone una riflessione profonda per quanto concerne gli spazi di agibilità nelle strade e nei quartieri: su come espanderli e moltiplicarli e su come possiamo essere efficaci nell’attaccare i dispositivi fascisti sia neri che democratici.

Nell’augurio che tutt* i/le compagn* arrestat* escano presto dal carcere, noi faremo del nostro meglio per star loro vicino e non farl* sentire sol*.

Per un antifascismo attivo e dilagante.

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La tana

Della paura come identità ultima dell’umano, del suo superamento

I. L’ATTO CREATORE DELLA PAURA

Alone, with too much generosity
A theatre mask of hostility attracts
Assaults occur, infrequently
And those who come, to conquer?
(Colin Newman – Alone)

Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, la condizione umana a seguito del gotterdammerung, il crepuscolo degli dei, non ha saputo creare che il deserto, garantendosi l’invivibilità della propria condizione piuttosto che il balzo in avanti proprio di ogni ente naturale.
In altre parole, la perdita della speranza in una qualsiasi alterità e il conseguente crollo della metafisica non ha dato seguito all’alba della consapevolezza di classe materialista né all’aristocrazia degli Oltreuomini, ma ha creato un processo di assottigliamento di qualsiasi benché minima idea, rendendo l’uomo in costante compartecipazione ontologica con la propria alienazione.
Ecco il bloom, il transumano, insensibile a null’altro che sia l’idea di sé, completamente trasfigurato nelle azioni che compie (e nel valore che ne ricava) e con sogni a basso costo.
Questa condizione esigeva ed esige la nascita di una nuova forma di piacere, un godere proprio del Tempo che domina, un processo desiderante che non generasse desiderio, e così nasce la paura come atto creatore.
Da sempre questo sentimento nato come normale istinto di autoconservazione è stato utilizzato per guidare gli istinti delle masse, dalle prime mitopoiesi escatologiche al terribile occhio di Dio, tutto ciò per giustificare sempre sfruttamento e massacri, eppure mai come oggi la paura assume i connotati di eruzione (nel senso di erupto, eruttare spinta vitale), divenendo la libido di poter ritrovare quel sogno che l’uomo ha perso tanto tempo fa: l’identità.
Immaginiamo un ente secolarmente educato ad obbedire alla trinità Dio-Patria-Famiglia, o meglio a temere il primo, soddisfare la seconda e sentirsi protetto dalla terza in una vita di continua schiavitù consapevole; immaginiamo poi che la Storia (e il suo processo di scrittura e decodificazione) dimostri che queste tre entità non sono altro che fantasmi, e che l’uomo si ritrovi nel corso di due secoli completamente sradicato da qualsiasi appartenenza.
La prima reazione di quest’orfano è stata quella di produrre e consumare con bulimica ferocia, e per più di cinquant’anni la società occidentale ha assunto l’aspetto del parassita, finché non è rimasta più carne sul cadavere del presente e a quel punto, orfano una volta di più anche della società che gli aveva promesso il benessere, sia diventato finalmente nomade, non più padrone del tempo e con la possibilità di imporre la propria volontà solo sul proprio divenire.
Immaginiamo che non abbia neanche scorto questa possibilità e si sia trovato sperduto nel deserto, con un passato che è solo menzogna e presente e futuro che son la ripetizione di giorni uguali, con la morte e la miseria come unica variabile.
L’uomo è una macchina desiderante, e a questo punto si poteva scegliere di “stringersi l’un l’altro con più forza e amore (…) comprendendo di essere rimasti soli l’uno per l’altro” oppure di desiderare la creazione di identità virtuali, un atto di necrofilia della volontà: necrofili, scelsero la seconda, e decisero che l’ente di produzione di identità fosse proprio quel sentimento a un tempo naturale e servile che è la paura.

II. LA PORNOGRAFIA DELLA PAURA

You love me because you’re frightened
I can easily believe my eyes
Your fear is my finest hour
My fear is your disguise
(Magazine – Because you’re frightened)

Oltre la fine del piacere vi è solo la pornografia, il piacere del piacere, e ad oggi la paura è il sentimento morboso che riesce ad eccitare il noumeno del Bloom.
La crisi, il terrorismo, la povertà, l’immigrazione, la disoccupazione e poi la morte: l’uomo gode nell’averne paura, perché si sente parte di qualcosa, ritrova un Dio una patria e una famiglia semplicemente applicando una dialettica negativa nei confronti di situazioni.
È esplicativa di ciò tutta l’opera di Kafka, e in particolare un ritratto di questa, per dirla con Blanchot, “sovranità del neutro”, il racconto “Davanti alla legge”.
In esso un contadino si trova di fronte alla porta che lo separa dalla Legge sorvegliata da un guardiano che gli dice “Per ora non puoi entrare e, comunque, davanti a me troveresti altre porte e altri guardiani”.
Passano gli anni, il contadino cerca di convincere ripetutamente e inutilmente il guardiano a farlo passare, finché stremato dalla vecchiaia non si trova in procinto di morire; il guardiano allora gli confessa che quella porta era destinata solo a lui, e ora che è moribondo va a chiuderla.
“Dove si credeva vi fossero leggi c’era desiderio, e desiderio soltanto” è scritto in “Kafka per una letteratura minore” ed effettivamente il contadino non scorge una linea di fuga, un superamento della sua condizione attuale (l’attesa) ma semplicemente il divieto, creandosi così l’identità dell’uomo che attende.
Così la paura, tanto comoda alle strutture di potere in quanto stasi dell’individuo, tanto comoda per quest’ultimo in quanto ultima possibilità di piacere.
Pensiamo agli ultimi massacri di Daesh: si annusavano sotto i pantaloni e le gonne del Bloom quelle sensazioni bagnate dei coiti notturni.
A Parigi un commando entrava in un noto locale per giovani e apriva il fuoco, a Bruxelles morivano bruciate ingenti quantità di persone (la morte come processo industriale, lezioni ben imparate dalle guerre occidentali) in aeroporto e in metro, a Nizza un camion falciava simpatici turisti vogliosi di prendere il sole e festeggiare la repubblica francese…
Tutta l’umanità, ergo il mondo capitalista, si stringe in un tremante abbraccio: finalmente qualcuno da odiare, finalmente potersi dire occidentali, finalmente la paura, finalmente noi.
La paura nella società dello spettacolo è il collante per anime altrimenti sradicate, ed è al contempo l’unica spinta vitale dell’umanità.

III. LA DIALETTICA DELLA PAURA

I love tube disasters
I wanna marry a tube disaster
I want another one like the last one
cause I live for tube disasters yeah
(Flux Of Pink Indians – Tube Disasters)

La paura come paradigma.
La paura disciplina e regge lo stato di cose presenti, poiché un individuo senza le speranze di benessere di ieri e senza il terrore dell’oggi è una grande possibilità insurrezionale: quando hai paura di perdere il poco che ti è rimasto, che poi sono gli spiccioli per bere e drogarti e un/una partner con cui condividere la tua solitudine, non potrai neanche immaginare un superamento.
Disarticolare ogni paura è il primo compito per contrastarla: la morte violenta c’è sempre stata, non sono i fascisti dello Stato islamico ad averla creata, il lavoro salariato è un’invenzione dei padroni, perderlo vorrebbe dire tornare allo stadio primigenio dell’esistenza, con tutta la sua moltitudine di possibilità evolutive, e così anche per la mancanza di ricchezze e proprietà.
Ogni terrore è intuizione dialettica, sono tutte parole, niente è vero. Se così è, non si può temere più nulla, perché tutto è lecito.

La paura come linguaggio.
Uomini e donne sono sottoposti/e a un bombardamento di paure costante, così da non scordarsi mai di essere soggettività paurose (quindi identità fisse).
Telegiornali, siti web, giornali, tutto concorre a sviluppare un linguaggio della paura: troppe bombe in giro per così pochi morti.
A costo di assumere posizioni Necaeviste -per non dire Machiavelliche- la guerra sociale ha bisogno di sfruttare il linguaggio della paura facendosene carico.
I militanti jihadisti, pur nella loro delirante visione del mondo, hanno indovinato la strategia: divenendo volutamente oggetto della paura, attirando su di loro le paure di tutti/e con azioni gratuitamente sanguinarie, sono diventati oggetto di desiderio da parte di coloro che la paura non volevano più subirla.
Dimostrando una grande intelligenza tattica, ISIS si spinge oltre all’organizzare la jihad contro il mondo occidentale. Tutto ciò che attacca quel mondo producendo paura da una parte e desiderio di elargirla da un’altra, è automaticamente ISIS. Non importano le intenzioni, le relazioni e le storie di chi agisce, in un conflitto la posta in gioco non è la coerenza ma l’offensività: la messa in serie di atti che facciano progredire il conflitto stesso. L’accumulo di potenza e lo sviluppo di rapporti di forza favorevoli: il mezzo.
Ciò non significa che la militanza rivoluzionaria debba utilizzare gli stessi metodi -tanto più constatando quanto i rapporti di forza ci vedano minoritari- né che debba tornare a utilizzare una metodologia definita “terrorista”.
Che peraltro non fa più paura a nessuno.
Prova ne è l’ultimo teorema datato 6 settembre della magistratura italiana contro gli/le anarchiche/i che, malgrado il polverone montato dagli scribacchini, non ha innescato il benché minimo processo timoroso-desiderante nei confronti dei cittadini.
Piuttosto utilizzare questo linguaggio contro ciò che si vuole intimorire.
Una sommossa, un riot, distrugge anche se per poche ore il quotidiano delle masse, dando l’assalto al loro spazio-la città devastata.
Come si è potuto non capire che il polverone mediatico all’indomani di ogni grande scontro di piazza era la prova che le azioni di quella giornata avevano lasciato un segno interiore nel pubblico molto più grosso delle due vetrine spaccate?
Come non capire che ci si era confrontati con lo spettacolo finalmente sullo stesso piano e non più in posizione difensiva?
Incutere paura al quotidiano, oltre la distruzione dello spazio, vuol dire frenare i meccanismi di produzione, ergo stoppare il tempo.
Il piccolo sabotaggio nei pressi della stazione di Bologna del 23 dicembre 2014 rallentò per ore il transito di passeggeri, blocco il traffico di merci umane, incutendo molto più terrore di qualsiasi grido barricadero. Il terrore del cittadino di non potere, anche per quel giorno, trascinare avanti normalmente la propria miserabile esistenza aggrappata agli scampoli di un benessere in rapido esaurimento.
Allo stesso modo ogni blocco dei camion operato dalle/dai compagni/e ai magazzini della logistica suscitano il terrore –un terrore omicida– nei padroni e nei loro affiliati: è un incubo che qualcuno alzi la testa rallentando sia il processo di ristrutturazione dei cosiddetti “diritti dei lavoratori” che la distribuzione delle merci in un paese quasi completamente post-industriale.
Il modo migliore per un rivoluzionario per incutere paura oggi è ridefinire spazio e tempo, che sia quindi lo spazio che creiamo (anche distruggendo) e il tempo che viviamo.

IV. OLTRE LA PAURA, VERSO IL DESIDERIO.

So if you ever think that life is just not worth living
If you doubt that you have anything left at all, worthy of truly giving
When life’s not making any sense and you’re filled with anger and resent
Remember love can conquer all, it is the start of state hates final fall
(Conflict – A Message To Who)

La macchina desiderante “uomo” non ha smesso di desiderare con la merce, lo ha semplicemente diretto nella ricerca dell’identità sradicata dallo spettacolo: sentirsi parte di qualcosa, di una nazione, di un genere, di una famiglia.
La paura è l’unico mezzo rimasto per raggiungere ciò, essendo venute a mancare tutte quelle condizioni filosofiche e sociali che avevano eretto le sovrastrutture autoritarie: avendo appurato che l’inconoscibile era irraggiungibile, ci si è messi a temerlo.
Una vita differente, culture lontane, soggettività indisciplinate, tutto è una minaccia.
La crisi del capitalismo finanziario poteva essere una eccezionale occasione per smarcarsi dal giogo del lavoro salariato e dal “migliore dei mondi possibili”, invece grazie a un’intelligente propaganda politica e massmediatica si è infuso terrore di morte e miseria nel cittadino che si è attaccato con le unghie e con i denti all’idea di “lavoro” (dove?) e “futuro”(quale?).
Questo terrore, lo ripetiamo ancora una volta, è una voglia. Sarebbe quantomeno ingenuo credere che la stragrande maggioranza di individualità occidentali siano a tal punto ottenebrate dalla propaganda massmediatica da credere sul serio a fantasmi ormai quasi trasparenti, il punto di base è che la paura tiene in costante veglia la personalità, fa sì che non si ponga domande, soddisfa quella pulsione repressa di generare desideri.
Alla crisi del piacere, che non trova più spazi se non nel piacere della paura, la risposta è un nuovo investimento libidinale nella creazione di relazioni non mercificate.
Se l’immaginario degli ultimi anni è completamente fondato sulla paura, bisogna opporre ad esso un nuovo immaginario fatto di corpi intrecciati, in continuo divenire, che soddisfano ogni necessità qui ed ora, senza deleghe né mezzi che non sia la volontà.
Anche qui la comune ritorna, il tentativo di tornare ad appagarsi di desiderio con la prospettiva di allacciare relazioni di condivisione sempre più ampie.
L’amplesso è più soddisfacente se inscritto in una prospettiva rivoluzionaria.
La paura è la pornografia che il capitale ci vende al modico prezzo della morte della voglia, l’insurrezione è la ricostruzione di un piacere senza limiti né freni.

 

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Estasi & Calore

Traduzione del pezzo di Automnia: “Ecstasy & Warmth“, pubblicato su The Occupied Times.

Nelle ultime settimane mi sono immerso nell’idea del fugitive planning. Nel loro libro “The Undercommons“, Fred Moten e Stefano Harney parlano di “una piattaforma comune, un energico set di posizioni… una notazione, uno studio e un punteggio fattosi tangibile” che sono “praticate su e oltre l’orlo della politica, nel suo sottosuolo.” La veloce melodia di queste parole mi ha tormentato dall’ultima tornata elettorale, e questo, senza dubbio, perché fa rima in maniera così stretta con quello che ho visto attorno a me. Gli eventi di maggio sembrano aver rilasciato una sommessa onda di conversazioni, un nuovo, delicatamente montante movimento di discussioni sul fare piani, e pianificare la fuga dall’insopportabile futuro che il nuovo governo sembra promettere.

Ma questo è anche un pianificare come scusa escapista per sfuggire al più che insopportabile presente. Ci chiamiamo a raccolta in modo da poter sedere nella calorosa oscurità che si raduna nel retro dei pub, e in modo di stare insieme alle persone che ci fanno sentire meno sole, meno spaventate, meno indifese. Tuttavia non importa quanto calore proviamo, sentiamo sempre il bisogno di negarlo. No, diciamo, non siamo venuti per stare insieme, ma per produrre; indichiamo fieri la nostra agenda adempiuta, evidenziamo le nostre azioni, ci crogioliamo nel senso di realizzazione che proviene dal prefiggersi nuove cose da realizzare.

Questa negazione è un sintomo dei corpi avvelenati con cui facciamo politica; corpi avvelenati dal lavorismo e dalla mascolinità eteronormativa che ci fa rivoltare contro la cura, non importa quanto secretamente bramiamo il suo abbraccio.
Marx disse che “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi”, ma è più un avvelenamento che un brutto sogno. I ritmi, modi e movimenti di lavoro e patriarcato non possono essere abbattuti da qualche momentaneo risveglio; sono così potenti in virtù della loro penetrante pervasività. Come tossine si nascondono in noi, e da noi filtrano nei nostri spazi. È questo veleno che rode il nostro organizzarci dall’interno, ma che lo attacca anche dall’esterno. Quando Owen Jones sputa bile su “assemblee antagoniste usate come terapia di gruppo” è questo avvelenamento che lo muove. La triste realta è che lui è così abituato alle tossine del lavoro e del machismo che l’idea di un antidoto contro di esse lo nausea.

Non ho molto da dire sulla prassi, quello lo lascerò ad altre persone molto più incisive e perspicaci di me. Invece sono interessato nelle strategie e tattiche già diffuse nella riproduzione della vita antagonista. Per vita antagonista intendo il vivere di tutte quelle persone per cui la sopravvivenza quotidiana è sinonimo di lotta. Eccomi qua, come penso siamo tutt*, per sempre indebitat* con Silvia Federici, i cui lavori così acutamente identificano “la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza [riproduzione]” come fondamentale per l’oppressione che proviamo. Gli agenti di questa distruzione prendono una moltitudine di forme; possono essere il razzista sul nostro autobus, il sessista nella nostra strada, il transfobico nella nostra toilette, il padrone di casa alla nostra porta. Sono la brutalità poliziesca quanto il basso salario, la cattiva salute come la cattiva volontà.

L’unico vero modo per sopravvivere a queste cose è pianificare, ed è quello che la maggioranza di noi fa. Usciamo con amici che sappiamo ci copriranno le spalle, che risponderanno ai colpi, che non accetteranno questo o quello, e dopo andiamo a casa e prendiamo le pillole che qualche compagn* ha lasciato lì. Ci stringiamo vicini ai nostri amici per passare tra le barriere, lasciamo i/le bambin* con i nostri genitori e facciamo la lavatrice dai vicini. Noi pianifichiamo, noi ci organizziamo, e facciamo questo tutti i giorni, senza mai fermarci abbastanza per chiamarla politica. Abbiamo le nostre pratiche, il nostro pensare, la nostra “piattaforma comune, un energico set di posizioni… una notazione, uno studio e un punteggio fattosi tangibile”. Il fugitive planning è già un fatto della nostra vita.

Quello che mi interessa di più è la riproduzione di questa pianificazione, che è anche, beninteso, la riproduzione della vita antagonista da cui viene generata. Sembra che sopravvivere sia spesso cercare qualcosa per cui valga la pena sopravvivere, e se questo è vero per come sopravviviamo, dovrebbe anche essere vero per come ci organizziamo. Così arriviamo ai due affetti che sento essenziali alla riproduzione delle nostre vite: l’estasi e il calore.

Estatico è il momento d’intensità trascendentale; lo provi nei club ed ai concerti quando sei pers* nella folla e nella musica. È la sensazione che provi quando non sei sicur* di dove sei, ma la ragione per cui esci è tornare là. Sono quei momenti di estasi che ci aiutano a resistere al lacerante tedio della sopravvivenza; sono così preziosi per noi perché ci offrono un po’ di sfogo, un po’ di evasione, per quanto fugace. Questo è, suppongo, l’essenza di vivere per il weekend. “La febbre del sabato sera” è un film sull’estatico. Possiamo pensare a un migliore avatar di questo affetto di Tony Manero? Del futuro “chi se ne fotte” dice al suo padrone, “il futuro è stasera, mi devo preparare!”.

Anche il calcio è un gioco che riguarda la produzione di estasi. È un teatro che scrive se stesso, e che, quando dà il suo meglio, produce sempre momenti di pura eccitazione . Si è parlato molto ultimamente del Clapton FC; un club di calcio dove un gruppo di fans chiamato “Clapton Ultras” ha guadagnato una reputazione per la folla inclusiva e radicale che creano sulle gradinate. Molte persone si sono concentrate sui cori che la folla canta o sulle bandiere che sventola, ma tutto questo manca il punto – la cosa più importante è la folla stessa.
Infatti, per essere più specifici, quello che veramente importa è cosa la folla stia consciamente producendo – il potenziale per l’estasi. Non dimenticherò mai il momento in cui James Briggs segnò un gol impossibile nella finale di coppa contro il Barking. La sensazione è stata indescrivibile, ma estasi è la parola che arriva più vicina a rendergli giustizia; una gioia moltiplicata mille volte dalla comunizzazione di essa tra la folla. Quello che rende il Clapton speciale è la possibilità di provare questa gioia da parte di chi è solitamente esclus* da altri campi di calcio, che sia per il bigottismo della folla dentro di essi o per il costo dei biglietti richiesti per entrare nello stadio e di conseguenza provare quell’esperienza. Il mio punto è questo; che il gusto dell’estatico non può essere esclusivamente per uomini bianchi eterosessuali abbastanza ricchi da poter permettersi di comprare gli abbonamenti dei club della Premier League.

Non possiamo, tuttavia, sopravvivere di sola eccitazione. L’estatico è potente solo quando è circondato da un altro, cruciale, affetto: il calore. È difficile trovare un altra parola per ciò che intendo con calore, perché è veramente un composito di molte sensazioni: sicurezza, vicinanza, comfort, agio, riposo. Suppongo che il calore sia venire rilasciat* da un fermo e trovare i propri amici e amiche che ti aspettano, ma è anche guardare un film tranquill* in compagnia. Il calore è ciò che rende la nostra lotta sopportabile, ammorbidisce i bordi della nostra rabbia e del nostro dolore e ci ferma dall’autolesionismo. Tu parli a amiche e amici dei tuoi incubi sui poliziotti e loro ti ascoltano, ti dicono che li hanno anche loro. Non fa scomparire gli incubi, non lo fa mai, ma indebolisce l’ombra che gettano sulla tua giornata.

Come ho detto all’inizio, il potenziale per il calore risiede nei molti incontri che già abbiamo. Quello che serve è smettere di combattere la sua esistenza. Invece dovremmo accettare l’inerente calore della vera collettività; chiederci l’un l’altra delle nostre vite, offrirci aiuto dove possiamo, spingere i contorni della nostra lotta oltre gli stretti confini del “politico”. Non dovremmo aver paura di trattenerci quando l’ordine del giorno è finito, nemmeno di provare piacere nel semplice fatto di essere lì, tra compagn*, tra amici/che.

Forse possiamo immaginare il comunismo come la delucidazione di questo calore ed estasi, come il loro emergere dall’eccezione dentro al quotidiano. La comunizzazione ci appare di conseguenza come il tentativo consapevole di creare spazi e collettività favorevoli alla produzione di questi affetti. Il nostro fugitive planning coinvolge già il far serata al club o andare allo stadio, ma quello che vorrei è che la gente riconosca queste attività come fondamentali per la riproduzione di una vita antagonista. Allo stesso modo ci scambiamo già farmaci, racconti di incubi e ci teniamo strett* a vicenda, ma ancora questi sono visti come atti accessori, come mere conseguenze invece che come componenti costitutivi della nostra lotta. Il mio sogno è di una politica che riconosca l’importanza vitale di calore e estasi, e che comprenda la loro vitalità – la loro potenza di vita e crescita. Posso vedere questa potenza creare nuove forme, nuove organizzazioni, addirittura nuove istituzioni. Potremmo avere clubs come la CNT e cliniche come le Black Panthers, trovando tanta eccitazione nei primi quanta cura nelle seconde.

Ancora più importante, tuttavia, è che permettiamo a questo riconoscimento d’informare tutto delle nostre politiche, di non isolarle in alcuni dei nostri spazi ma di accettarle in ognuno di essi. Insieme, l’estasi e il calore sono le condizioni indispensabili di qualsiasi progetto rivoluzionario; esse attenuano il dolore che s’impossessa dei nostri sogni e ci portano a quei momenti che ci fanno sognare di nuovo. Noi dobbiamo, come questione di grande urgenza, evadere dalla logica che dice che le lotte devono distruggerci e renderci miserabili, e invece iniziare a costruire culture che sono affettuose tanto quanto eccitanti.

Cerchiamo quindi di raggiungere l’estasi al di là di noi, permettiamoci di protenderci per essa fin dove pensiamo di poterlo fare. Ma, allo stesso tempo, non permettiamo al nostro tentativo di afferrare l’estatico di allontanarci da quello che è già intorno a noi: il grande caloroso abbraccio delle/dei nostr* compagn*. Raggiungendo e abbracciando a turno, troviamo quello con cui potremmo diventare qualcosa di più, più animato, più euforico, più curato, più amato. Nel calore e nell’estasi troviamo la possibilità di vivere una vita infinitamente migliore di quella che viviamo correntemente.

La nostra sopravvivenza può benissimo essere radicale, ma il nostro fiorire è rivoluzionario.

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Non serviam.

Sul lavoro, la miseria che porta con sé e su come resistergli: una suggestione

Un compagno è stato intervistato da Alfabeta2 per la rubrica “Sul rifiuto del lavoro“, ma l’intervista non è più stata pubblicata a causa di ritardi tecnici.

Vista la centralità del rifiuto del lavoro come metodo di resistenza alla vita di merda nel capitalismo, come prassi rivoluzionaria e momento di soggettivazione (e visto che comunque le risposte le abbiamo già scritte), la proponiamo qui.


Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Da quasi 10 anni lavoro nel settore del marketing online, dove mi sono occupato di diverse cose. Più per noia che per necessità circa ogni 2 anni ho cambiato mansione e ambito, dallo sviluppo di siti internet, alle analisi, alla gestione di campagne marketing.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell’operaismo e/o al Marxismo dell’autonomia degli anni settanta?

Per uno studente pendolare di provincia, che frequenta un istituto tecnico e nel tempo libero fa il falegname per far rientrare qualche soldo in casa diciamo ci sono poche possibilità di venire a contatto con stimoli culturali rivoluzionari. Aggiungici che non provengo da una famiglia particolarmente progressista.

Raggiunta l’indipendenza economica dai miei genitori e addentrandomi full time nel mondo del lavoro, mi sono però subito scontrato con lo schifo del precariato del terziario. Ciò, unito ad una certa curiosità e a qualche nuova amicizia, mi ha fatto avvicinare al sindacalismo e al mondo rivoluzionario, più che altro quello più propriamente socialista. Ci ho messo degli anni a scoprire la storia dell’autonomia e l’operaismo, e ciò è avvenuto grazie a qualche compagn* fortuitamente capitato nella mia vita. Quindi non ho ricevuto particolari sollecitazioni mediatiche.

Solo tramite quella che nel settore in cui lavoro chiamano word of mouth e la fascinazione prodotta in me dalle forme di vita di alcuni nuov* amic* autonom* ho sentito il desiderio di approfondire determinati studi e letture. Ho capito che la militanza, che allora vivevo come una missione, poteva significare stare meglio con gli/le altr* fin da subito, e non al compimento di un fantomatico destino rivoluzionario composto solo di sacrificio, lavoro e costruzione cinica del partito. Vivere subito il comunismo mentre si distrugge con l’agire collettivo la presa del capitale e delle istituzioni sulle nostre vite, divenendo ingovernabili.

Cosa significa per te oggi “rifiuto del lavoro”?

“Rifiuto del lavoro” vuol dire quello che ha sempre voluto dire, partendo dai limiti imposti dalla lingua italiana, che non aiuta (in inglese “lavoro salariato” è labour, “attività produttiva” è work e questo già dipinge due mondi distinti): rifiuto di produrre in un regime di obbligo o necessità.

Vuol dire rifiutare di farsi il culo per qualcun altro, sabotare i meccanismi di produzione e riproduzione di un sistema di merda, che garantisce sofferenza per molt* e ricchezza per pochi.

Vuol dire lavorare il meno possibile, sabotare il lavoro, cercando di contenere la nocività che deriva direttamente dall’imposizione di una forma esistenziale che ci prospetta (e nemmeno garantisce) la mera sopravvivenza: alienazione, stress, burnout, malattie fisiche e psicosomatiche.

Il lavoro è ciò che frustra le nostre molteplici attitudini produttive, che non possono essere soddisfatte da un ruolo imposto dalla divisione del lavoro e dalla ripartizione tra tempo produttivo e tempo “libero”.

Rifiutarlo è anche negarsi alla soggettivazione come individui in costante competizione, che vivono male oggi per godere domani di carriere e successo immaginari. È il rifuggire e decostruirci dalla reificazione neoliberista.

Ma vuol dire anche mantenere questa propensione verso la libertà ovunque, senza una distinzione tra il pubblico e il privato: il lavoro non ci è imposto solo dall’azienda, ma pure dall’ideologia, lavoro di merda è anche quello che ci costringiamo a fare a macchinetta nel volontariato ma anche come militanti rivoluzionar*, sempre seguendo la linea del sacrificio oggi per godere forse di qualcosa domani, sempre mantenendo un approccio utilitaristico e cinico nelle relazioni umane, spesso riproducendo la stessa frustrante division of labour che ci aliena.

La pratica rivoluzionaria non può essere ridotta a “negotium” come il resto dell’attività umana, credo bisognerebbe essere invece in grado di bilanciare sforzo ed “otium” (nel senso latino del termine) in un’ottica di controsoggettivazione collettiva che si determini a partire dalla decostruzione come soggetti economici, e dalla tensione a soddisfare i propri desideri.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Per quanto riguarda la mia esperienza praticare questo rifiuto vuol dire rallentare e sabotare la produzione, abbassare costantemente le aspettative dei padroni. Ciò si traduce nell’organizzarsi insieme ai/alle collegh* e lo sfruttare i bug lasciati dalla controparte.

Organizzarsi, sia per lanciare delle lotte che producano un rovesciamento dei rapporti di forza rispetto alla dittatura del boss, dei suoi galoppini e del controllo tecnico, sia per sfruttare bug e diffondere il sabotaggio produttivo. Organizzarsi per fare in modo che le pause vengano rispettate, che si blocchino gli straordinari, che non ci si senta sol* quando si dice di no ad una data di consegna troppo vicina, che l’assenteismo si diffonda. È anche una costante opera di educazione reciproca con i/le propr* collegh*, perché il rifiuto del lavoro è comunque diffuso, anche se in forma di microresistenze individuali e spontanee, che comunque si possono condividere e amplificare nel momento in cui si sviluppino rapporti di complicità in ufficio. Noi militanti non siamo avanguardia e abbiamo molto da apprendere da chi lotta insieme a noi. Dobbiamo essere complici con chi sceglie di stare con noi e con cui noi scegliamo di organizzarci e condividere spazi di vita: non guide.

La complicità è essenziale, permette di pararsi il culo a vicenda con i/le collegh* e di rallentare insieme il ritmo, aiuta a tirare le linee tra i nemici e noi, a sentirsi parte di una collettività che resiste e rilancia una lotta per una vita migliore a partire da oggi.

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Il colpo fatale.

Tutto il mondo è paese, pertanto la repressione e le dinamiche spettacolari che fan da voce ad essa seguono vie assai poco imperscrutabili. Le rivolte che hanno scosso l’intera Francia da marzo ad oggi hanno così scatenato le solite ridicole reazioni che vediamo in ogni sommossa: il binomio manifestanti pacifici – casseur infiltrati (qui in Italia si direbbe “black bloc”), le fughe in avanti da parte di intellettuali di sinistra seduti su comode poltrone (“non attaccate la polizia, assaltate il parlamento”), i limiti dei difensori della democrazia diretta uber alles.

In questa intervista Julien Coupat e Mathieu Burnel, già destinatari nel 2008 di misure repressive che tanto ricordano i processi No TAV e migliaia di altre inchieste dall’Italia alla Spagna fino alla Repubblica Ceca, ci offrono dei punti di vista utili per affrontare con lucidità le contro-insurrezioni che verranno. La narrazione del potere è stupida e banale, sta a noi però saperla ribaltare.

Julien Coupat e i suoi amici rifanno parlare di loro. O piuttosto, il potere ne parla di nuovo. A fine maggio il primo ministro, Manuel Valls, ha tentato di spiegare ai deputati che i debordamenti che si sono potuti vedere durante le manifestazioni contro la legge sul lavoro erano orchestrati dai black bloc e dagli “amici di Julien Coupat”. Qualche giorno più tardi, il giornale Le Point citava larga estratti di una nota della DGSI che appoggiava questa tesi. Quasi nello stesso momento, la camera d’istruzione deve decidere sulla situazione degli imputati dell’affare detto “di Tarnac”.  Da oggi alla fine del mese si saprà infatti se i fatti che gli sono addebitati siano o meno qualificabili di terrorismo. Che pensano Julien Coupat e i “suoi amici” di questo nuovo fascio di luce diretto su di loro? E che pensano di questi tre mesi di mobilitazione, dei tentativi di democrazia diretta di Nuit Debout, del ritorno in forza del tema dei “casseurs” nei media come all’Assemblea? “Quello che è veramente successo in questi ultimi mesi sono degli innumerevoli inizi, così come degli incontri fortuiti ma decisivi tra dei sindacalisti sinceri, degli studenti a cui piacciono gli striscioni rinforzati, dei liceali senza illusioni sull’avvenire che gli è stato promesso, dei salariati stanchi della vita che fanno, etc”, rispondo Julien Coupat e Mathieu Burnel interrogati da Mediapart. Se il nome del primo è divenuto celebre fin dal 2008, quello del secondo lo è quasi altrettanto. Infatti è lui, sembrerebbe, che è incaricato di combattere nelle trasmissioni televisive o radiofoniche. Intervista a due voci che ne fanno una, o molte di più.

Prima di entrare nel merito della nota della DGSI, come avete reagito apprendendo di essere nuovamente sotto i riflettori dei servizi?

Ilarità e imbarazzo. Ilarità, perché la menzogna poliziesca che consiste nel far passare gli scontri degli ultimi mesi in molte città francesi come fossero affare di qualche “casseurs” infiltrato tra i manifestanti era già qualcosa di enorme; immaginarsi oggi che i rivoltosi stessi siano infiltrati da noi e che noi li dirigiamo invisibilmente fa morire dal ridere chiunque sia sceso in strada negli ultimi tempi. L’idea poi che noi ci spingiamo la cosa fino a infiltrare la commissione Infermeria di Nuit Debout o che approfitteremmo della nostra “mediatizzazione disinibita” – mentre ogni volta sono i servizi che tentano invano di lanciare delle campagne mediatiche contro di noi, e sulle quali scivolano regolarmente – la dice lunga sulla capacità d’invenzione burlesca dell’immaginario antiterrorista.

Imbarazzo, perché sembra che i poliziotti siano i soli a non accorgersi del ridicolo delle loro costruzioni e dobbiamo pensare che questa è gente armata, numerosa, organizzata, una burocrazia che possiede i mezzi dei suoi deliri. Il desiderio di annientarci che emerge da ogni riga dei loro rapporti,  da quasi dieci anni ormai, finisce comunque per avere qualcosa di pesante. Si tratta, come sempre per l’antiterrorismo, di intimidire e in particolare di intimidirci. Caramba! Ancora un buco nell’acqua. Questo nuovo rapporto fa ridere chiunque.

Comunque, per adesso, la nota parla di voi, Julien Coupat, ma anche di una “rete affinataria” Qualche settimana prima il primo ministro Manuel Valls aveva evocato, all’Assemblea, “gli amici di Julien Coupat”. Esiste una “rete affinataria Coupat”?

Non c’è oggi “rete affinataria Coupat” come non c’era un “gruppo Coupat” nel 2008, all’epoca dei nostri arresti. Il solo luogo in Francia dove esiste un “gruppo Coupat” è manifestamente nella sede della DGSI. Quanto alla dichiarazione del signor Valls, aveva la funzione di lanciare una campagna che evidentemente non ha fatto presa. Per il suo carattere ellittico, insinuante, aveva tutto di una minaccia mafiosa – un nome di famiglia buttato lì come a dire “sappiamo chi siete e ci stiamo occupando di voi”. Per altro siamo in grado di affermare che il rapporto della DGSI risponde a un ordine venuto direttamente dal signor Valls, il quale pare non abbia apprezzato l’idea che duemila occupanti di Nuit Debout una sera di aprile si siano invitati a casa sua per un aperitivo. Doveva avere un lato che faceva troppo 1789 per i suoi gusti. Oppure è l’euforia di quella serata che è tanto dispiaciuta a questo triste signore.

Chiunque conosca la carriera del signor Valls sa che tutto nella sua postura ha per vocazione quella di dissimulare una concezione profondamente mafiosa della politica. Fra gli “amici del signor Valls” c’è un certo Alain Bauer che non ci perdona di essersi fatto ridicolizzare e puntualmente “intortare”. Detto questo, comprendiamo senza alcuno sforzo che questa gente si incazza vedendo come gli eventi degli ultimi mesi confermano quello che è scritto nell’ultimo libro del Comitato Invisibile, Ai nostri amici. È difficile non sentire nella carica contro i “nostri amici” una certa irritazione a riguardo di Ai nostri amici, poiché sappiamo che quella gente lo ha letto.

Voi organizzate “delle riunioni clandestine che mirano a mettere in piedi un movimento rivoluzionario, architettando delle attività aventi per fine di indebolire le istituzioni statali” come dice la nota?

Ecco il genere di frasi che non possono leggersi senza immediatamente pensare al recente affare di Rennes, dove sarebbe stata smantellata una “associazione a delinquere” che si riuniva nei locali del sindacato Sud-Solidaires mentre si preparava a “sabotare” la metro della città incollando degli autodesivi sulle macchine per timbrare i biglietti, oppure introducendovi della mousse espansa. Quello che sta accadendo in questo paese è che, con tutta evidenza, la politica classica non offre  alcuna uscita da una situazione intollerabile e che sempre più persone ne prendono atto. Il primo riflesso è allora di organizzarsi con i propri mezzi, poiché le strutture esistenti fanno tutte parte del problema e non della soluzione. Questo riflesso è un riflesso vitale, profondamente sano. È una bella cosa, in queste condizioni, che ci si ritrovi, che si elaborino dei piani, delle ipotesi, delle strategie, che si discuta, che si condividano dei mezzi, che si viaggi anche per stabilire dei nuovi contatti, piuttosto che restare a casa propria, di abituarsi all’isolamento prescritto e a un futuro che ha la forma di un mattatoio. È il non farlo che sarebbe davvero spaventoso. Migliaia di persone lo stanno facendo in questo stesso momento, perché noi non dovremmo farlo? Dopodiché, quando un movimento rivoluzionario fa irruzione sulla scena della storia è raro che qualcuno possa vantarsi di averlo “messo in piedi”. Quanto alle “istituzioni statali”, non hanno certo aspettato noi per indebolirsi di per sé, come è sufficientemente attestato dall’esistenza di un presidente che si chiama François Hollande. Non commenteremo l’espressione “riunione clandestina”, la quale esprime solo l’amarezza degli agenti della DGSI per esserne stati esclusi, per quanto ciò è possibile.

Prendiamo degli altri estratti pubblicati da Le Point. Mi piacerebbe che voi li commentaste:
« Esperti delle tattiche di violenza urbana, molto mobili, riescono a confondersi tra i rivoltosi incoraggiandoli a delle deambulazioni selvagge fuori dell’itinerario previsto e nel corso delle quali vengono commessi numerosi reati. Questa strategia è stata provata in più riprese queste ultime settimane a Parigi, a Rennes, a Bordeaux e a Grenoble ».
« Giocando sull’ambiguità della loro mediatizzazione disinibita fin dall’affare di Tarnac, sviluppano il loro progetto politico sfruttando la contestazione sociale in corso».
« Il messaggio insurrezionale, abitualmente limitato a delle sfere anarchiche che disprezzano le mobilitazioni sociali, oggi diviene udibile grazie alla rete affinataria Coupat. »

Di rapporti “segreti-difesa” della DGSI o della SDAT su di noi, accumulati lungo questi anni, ne abbiamo un pacco. È un vero e proprio genere letterario che si può apprezzare solo a patto di capire a chi si rivolgono e a quale fine sono scritti.  In questo caso, uno scribacchino della sezione “sovversione violenta” della DGSI deve accontentare il signor Valls. Immaginate se poteva scrivere solamente che noi partecipiamo alle manifestazione della legge “lavora!”, che abbiamo scritto un certo numero di testi al riguardo e che abbiamo partecipato a delle discussioni in place de la République. Questo non divertirebbe nessuno e neanche un giornale oserebbe pubblicarlo.

A questo bisogna aggiungere che tutte le “informazioni” contenute in questo documento rivelano che si tratta del lavoro di un pigro, cioè: degli ascolti amministrativi (e quindi autorizzati direttamente dal primo ministro) delle nostre linee telefoniche. Come potete immaginare, noi possiamo anticipare questi ascolti. «In seguito alla vostra autorizzazione d’intercettazione di sicurezza in urgenza, siamo felici di dirvi Signor ministro che Julien Coupat e Mathieu Burnel pensano di incontrarsi a place de la République questo giovedì». Se scrivesse una cosa del genere lo scribacchino si farebbe cacciare, allora si inventa delle infermerie cospirative e delle riunioni clandestine “alla testa della lotta insurrezionale”. Come che sia, tutto ciò dice molto di più  sull’attuale stato febbrile dell’apparato di governo che non su quello che succede effettivamente in piazza e ai blocchi.

Questa nota esce qualche giorno dopo l’esame della camera d’istruzione in merito alla situazione degli imputati nell’affare detto “di Tarnac”, per sapere se bisogna o meno qualificare di terrorismo i fatti rimproverati. La decisione deve essere resa nota alla fine del mese di giugno. Un anno fa, in un’intervista a L’Obs, voi dicevate a proposito della magistratura che essa “crede di poter sistemare tutto dietro le quinte, inviare dei segnali alla Corte prima delle sue decisioni, torcere il collo a ogni logica e mettere a morte chi si è reso colpevole di lesa maestà”. Questa uscita della DGSI potrebbe essere un “segnale alla Corte”?

Questo nuovo rapporto della DGSI non è una “fuga” che in effetti viene a caso: è comunicata alla stampa nel momento stesso in cui la camera d’istruzione deve decidere, nell’affare detto “di Tarnac”, del non-luogo a procedere o del nostro rinvio davanti a un tribunale per “terrorismo”. La manovra è trasparente. Si tratta di far capire alla giustizia la seguente cosa: ogni decisione favorevole agli imputati non tarderà a essere smentita da delle nuove operazioni di polizia contro alcuni di loro: prendete la giusta decisione…

In quell’intervista all’Obs, voi denunciate il fatto che l’antiterrorismo è divenuta una maniera di governare, di relegare il sociale in secondo piano. Il sociale è tornato in primo piano ed è la CGT che oggi viene trattata da terrorista. È Nathalie Saint-Cricq, su France 2, che parla di “tecnica rivoluzionaria ben orchestrata” a proposito di questo sindacato, così come la fa Gattaz, come lo fa Valls… Philippe Martinez si è unito alla rete Coupat?

Philippe Martinez si sta giocando in questo conflitto la legittimità contestataria della sua organizzazione in rapporto alle altre formazioni sindacali, e la propria legittimità contestataria in seno a questa organizzazione – legittimità che gli mancava del tutto dopo l’ultimo congresso della CGT. Premesso ciò, vedendo in tante città il numero dei CGTisti che raggiungono il corteo autonomo di testa e sfilano, bandiere al vento, con i giovani mascherati, o addirittura si organizzano con loro, non si può sottostimare il solco che ormai divide, in molti luoghi, la direzione dalla base. Non ci si spiega la postura presa da Philippe Martinez in questi ultimi tempi se non si misura la necessità, per la direzione, di riassorbire questa distanza.  A questo punto non è sicuro che esista ancora qualcosa come “la CGT”, che del resto è sempre stata una federazione. C’è la CGT che bastona i manifestanti a Marsiglia e quella che distrugge i locali del PS a le Havre. C’è la CGT che sabota le linee telefoniche in Alta Loira, autoriduce le fatture di centinaia di migliaia di utenti dell’EDF e quella che vorrebbe negoziare qualche briciola con il governo. C’è la CGT che ha per obiettivo di essere davanti alla CFDT e quella che ha per obiettivo il blocco dell’europeo di calcio. Ci sono anche dei Servizi d’Ordine che si battono tra di loro, in piena manifestazione, per determinare la direzione da seguire. Poca gente ci capisce qualcosa, tanto meno il governo. Ciò detto, non bisogna mai dimenticare che, dal 9 marzo, le centrali sindacali non fanno che seguire il movimento. L’appello iniziale a manifestare venne da parte di un gruppo di youtubers e da una donna che aveva lanciato una petizione. Le centrali si sono aggregate perché non avevano scelta. Come si dice a Nantes, “non è la manifestazione che deborda, è il debordamento che manifesta”.

La figura del casseur (teppista) occupa da settimane i media, i politici e i sociologi. Come la definite voi?

Media, politici e sociologi dovrebbero preoccuparsi meno di cercare di individuare gli introvabili contorni del “casseur” e semplicemente domandarsi: perché, ormai, tanti atti di distruzione sono accolti dal corteo di testa con degli applausi? Perché, quando un’innocente cassa dell’Autolib si fa fracassare, la folla intona “tutto il mondo detesta Bolloré [CEO di Vivendi, ndr]”?

Almeno a partire dall’aperitivo da Valls, quando il boulevard Voltaire fu integralmente ripulito dalle sue banche nell’assenso generale, al suono di slogan molto espliciti, c’è sempre più gente che manifesta la propria approvazione della distruzione, quando questa prende di mira degli obiettivi evidenti. Il fatto che un atto di devastazione puro e semplice scateni un tripudio nel corteo dei cittadini a volto scoperto non è più sorprendente e più interessante, che l’atto in se stesso e del suo misterioso “autore”? Quando gli si mostra la luna, l’imbecille guarda il dito.

Se i “casseurs” non esistono, c’è evidentemente della gente che si organizza per prendere l’iniziativa in strada o, almeno, per non subire la gestione delle truppe poliziesche. Si comprende facilmente che questo renda isterico il potere: ovunque c’è della gente che si organizza direttamente, il potere è reso superfluo, disoccupato, destituito. È quindi questo processo che bisogna propagare dappertutto, in ogni settore della vita, a ogni scala dell’esistenza. Un ospedale preso in mano dagli infermieri e dagli inservienti sarà sempre più respirabile che tra le mani dei manager, come ormai è la realtà. Che il potere tremi guardando all’espansione di processi di organizzazione autonoma di base, e specialmente nelle manifestazioni, non autorizza affatto a intonare la retorica anti-casseur. Tutta questa inesauribile retorica, vecchia quanto le manifestazioni, mira solo a isolare la frazione più intrepida, a volte più temeraria, dei manifestanti. Mira soprattutto a bloccare in ognuno di noi l’accesso alla propria facoltà di rivolta, a deviarci dalla liberazione che può creare, a un certo punto dell’esistenza, il fatto di mascherarsi, di mettersi dei guanti e dare prova di coraggio.

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In un articolo apparso su lundi.am, l’editore Eric Hazan dice che prendersela con la polizia “non è intelligente” e ricorda che “in tutte le insurrezioni vittoriose, dalla presa della Bastiglia fino alla cacciata di Ben Ali e Moubarak, il momento decisivo è stato quello in cui le forze dell’ordine hanno disertato”. Perché i giovani “casseurs”, chiamiamoli così per facilità, non prendono d’assalto le sedi delle banche alla Défense per esempio, o anche la sede della DGSI, o qualsiasi altro luogo del potere? Questi duelli polizia-manifestanti, insomma, non sono una cosa stressante che non ottiene grandi risultati?  

Siamo contenti di annoverarvi tra coloro che si preoccupano del fatto che l’insurrezione sia vittoriosa. E la suggestione di andare ad assaltare le sedi delle banche alla Défense o quella della DGSI non può che risuonare dolcemente all’orecchio di gente che, come noi, l’anno scorso ha organizzato, nello stesso periodo, l’operazione “Occupy DGSI” a Levallois-Peret per protestare contro la legge sulle indagini.  Tuttavia noterete che se, grazie al sostegno di Mediapart, noi arrivassimo in qualche migliaia organizzati e ed equipaggiati come si deve alla Défense o a Levallois, ci sono grandi possibilità che vi troviamo anche qualche migliaio di robocop armati. Diciamo che la polizia ha la spiacevole tendenza a porsi tra noi e gli obiettivi che ci proponiamo di attaccare, per cui quello che appare spesso come uno sterile duello polizia-manifestanti risulta piuttosto da una difficoltà a superare l’ostacolo poliziesco – che è molto meglio armato e meno sensibili ai casi di coscienza di quanto lo siamo noi.

Il punto di accordo che abbiamo con Hazan è che bisognerà sicuramente creare un cuneo nel blocco poliziesco affinché, cedendo, gli attuali gestori del potere vadano a fare la coda a Villacoublay per prendere il prossimo jet. Non siamo d’accordo con lui sulla maniera di arrivarvi. Eric pensa che si possa fare gridando “la polizia con noi!”. Noi pensiamo che lo si faccia esercitando sul corpo poliziesco una pressione popolare, fisica e morale tale che una sua parte arrivi a dissociarsi dal 50% che già vota FN e si vede già come una piccola S.r.l. in una prossima rivoluzione nazionale. Ma forse la cosa più sottile sarebbe quella di dare a vedere che c’è un disaccordo pubblico tra noi e Hazan, sul modello della tecnica “good cop-bad cop” in un interrogatorio della DGSI. Così l’avversario verrebbe destabilizzato quanto alle nostre vere intenzioni nei suoi confronti e più disposto ad arrendersi. Come che sia, ciò che convinse i poliziotti della prefettura di polizia di Parigi a passare dal lato dell’insurrezione nell’agosto del 1944, non erano i loro sentimenti comunisti ma la paura, se non lo avessero fatto, di farsi trucidare dai parigini per tutto quello che gli avevano fatto subire durante l’Occupazione.

Voi dicevate nel maggio 2015 : « Viviamo dei tempi radicali. Lo stato delle cose non può durare, l’alternativa tra rivoluzione e reazione si indurisce. Se della decomposizione in corso ne approfittano essenzialmente le forze fascisteggianti non è perché “la gente” inclinerebbe naturalmente verso di loro, bensì perché esse gli danno una voce, fanno delle scommesse, si assumono il rischio di perdere». La sinistra radicale ha l’aria in questi ultimi tempi di prendersi dei rischi. Ancora non si sa se perderà, ma quale bilancio fate voi di questi tre mesi di mobilitazione?

Per cominciare, bisogna disfarsi dell’idea che abbiamo a che fare con un “movimento sociale”. Quello che sta succedendo nel paese da tre mesi non ha l’aspetto, di massa in apparenza ma indeciso in realtà, di quello che in Francia si conosce, da lustri, sotto il nome inoffensivo di “movimento sociale”. Ancor meno si tratta di un “movimento sociale contro la legge Lavora!”. La legge “Lavora!” non è altro che la legge di troppo, l’affronto che fa andare al fronte.

Il rifiuto che si esprime è molto più ampio del rifiuto di una legge; è il rigetto di tutta una maniera di essere governati e forse, per alcuni, il rifiuto puro e semplice di essere ancora governati. È tutta la politica, di destra come di sinistra, che appare come uno spettacolo oscillante tra il patetico e l’osceno.  Il desiderio generale è che questa brutta commedia finisca, e infine di tentare di comprendere le vere questioni di un’epoca cruciale e terribile allo stesso tempo. Siamo su di una nave che sta andando diritta verso un iceberg e sulla quale non si vuole parlare di altro che del vestito di questa o quella contessa in questa bella serata danzante. Gli apparati governamentali hanno dato prova di impotenza su ogni piano. Non ci resta che l’insurrezione, ovvero imparare a fare le cose senza di loro.

Cioé?

Quello che prende la forma esteriore di un “movimento sociale” contro una legge particolare è piuttosto l’entrata in una fase politica di piano (plateau), di alta intensità, che non ha alcuna ragione di fermarsi fino alle presidenziali, se queste alla fine avranno luogo, ma ha invece tutte le ragioni di continuare, di metamorfosarsi, di spostarsi, di investire continuamente dei nuovi fronti. Non si riesce a immaginare, per esempio, che il Partito Socialista possa tenere tranquillamente la sua università d’estate alla fine di agosto a Nantes.

Quello che è veramente successo in questi ultimi mesi sono degli innumerevoli inizi, così come degli incontri fortuiti ma decisivi tra dei sindacalisti sinceri, degli studenti a cui piacciono gli striscioni rinforzati, dei liceali senza illusioni sull’avvenire che gli è stato promesso, dei salariati stanchi della vita che fanno, etc. Ovunque nel paese, delle forze autonome si sono aggregate e continuano ad aggregarsi. Un potere che non ha più un’oncia di legittimità si troverà di fronte, a ogni nuovo passo che farà, l’ostinata volontà di farlo cadere, di spazzarlo via. C’è una rabbia e una determinazione che non sono di “sinistra”.

“Essere di sinistra” ha sempre avuto qualcosa di vago, di molle, di indeciso, di benintenzionato ma non al punto di agire di conseguenza. Quello che accade in Francia da tre mesi a quata parte ha infatti a che fare con l’impossibilitò di essere ancora di sinistra sotto un potere socialista. È una fuga fuori da ogni quadro della sinistra, o anche la loro implosione; ed è una gran buona cosa. La sconfitta della retorica anti-casseur lo testimonia. La diga morale che separava il rifiuto platonico del corso delle cose e l’assalto diretto a ciò che si rifiuta, una diga morale che costituiva la sinistra e la sua caratteristica vigliaccheria, è saltata. Presentare la diserzione della sinistra come la costituzione di una nuova “sinistra radicale” è quel genere di escamotage opportunisti, quel tipo di prestidigitazione politica, quella tipica manovra di recupero senza vergogna che bisogna lasciare ai futuri candidati alle presidenziali e a tutti quelli che speculano su ciò che vivono gli altri. È una cosa che non funzionerà, poiché tutti abbiamo visto quello che è successo in Grecia l’anno scorso e recentemente in Spagna. Non ci sono più creduloni che cadono in queste truffe.

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Voi siete andati alla Nuit debout di Parigi. Che cosa avete visto? Che ne avete tratto?

Nuit debout ha permesso a ogni genere di disertore di incontrarsi, parlarsi, costituire un contro-spazio pubblico, ma soprattutto di offrire una continuità a quello che non poteva aggregarsi attraverso dei giorni di sciopero o delle semplici manifestazioni. È servita come punto di partenza a ogni sorta di meritoria azione contro dei bersagli logici.

Per il resto, se il signor Valls si è incaricato, con il suo 49-3, di dimostrare tutta l’inanità della democrazia rappresentativa, le Assemblee Generali di Nuit debout a place de la République hanno mostrato l’inanità della democrazia diretta. Quello che diceva il Comitato Invisibile in Ai nostri amici sulle assemblee generali, e che un anno fa sembrava così scandaloso, è divenuta una saggezza condivisa, almeno dagli spiriti più onesti. Fare l’assemblea, discorrere e poi votare non è manifestamente la forma per eccellenza dell’agire politico, è solo la sua forma parlamentare, cioè la più spettacolare e certamente la più falsa tra tutte.

Niente può meglio testimoniare della confusione che regna tra gli spiriti a place de la République della maniera in cui si è diffusa, come una scia di polvere, la bizzarra idea che dovevano incaricarsi di redigere una nuova Costituzione, invece che interrogarsi sui mezzi di abbattere la Costituzione vigente.

Sempre nell’intervista all’Obs già citata, dicevate che “la sola speranza dei governanti è quella di convincere ognuno che non esiste un’altra scelta a quella di seguirli, che è vano credere di poter costruire altri mondi, insensato organizzarsi contro di loro e suicidario il fatto di attaccarli. Per questo Tarnac deve essere decapitata. Per questo le ZAD devono essere messe in riga, sia dal punto di vista giudiziario che con l’aiuto delle milizie”. L’attuale movimento sociale, le Nuit debout un po’ ovunque in Francia, la nuova organizzazione delle manifestazioni, con i suoi cortei offensivi davanti e i sindacalisti dietro, somiglia a questa organizzazione che il potere vorrebbe impedire.

Effettivamente. Il potere non si è risparmiato nessuno sforzo per riuscirci. Non riuscendovi ha tentato risibilmente di mobilitare il debordamento dei fiumi contro il debordamento delle strade. Ora è con l’Europeo di calcio che tentano senza vergogna di ricoprire quello che succede, e presto lo si farà con il Tour de France. È davvero un gioco sporco. E la dice lunga su quello che è diventato l’esercizio del potere e la sua profonda miseria. L’impiego dell’Europeo come dispositivo controinsurrezionale, ha il merito di rimettere qualche idea in campo. E testimonia anche di quanto sia poca cosa ciò su cui il potere ancora si poggia.

Voi presentate comunque un paradosso: da un lato, spiegate molto chiaramente come e perché lo Stato vuole sbarazzarsi di voi – “decapitare Tarnac” -, dall’altro, ve ne lamentate. Siete dei rivoluzionari ma sembra che non sopportiate che lo Stato si difenda, anche se spiegate che sia logico che lo faccia.

A nostra conoscenza, non ci siamo mai lamentati di niente. In noi non esiste la minima disposizione al lamento. La denuncia contiene sempre qualcosa di ipocrita o da cattivo perdente. Tutti detestano le vittime, cominciando dalle vittime stesse.

Quello che facciamo è piuttosto mettere a nudo le operazioni degli avversari, strappare il velo di legittimità con il quale le istituzioni si coprono per dispiegare le loro miserabili strategie, per abbigliare le loro piccole manovre. Quando il potere decide di eliminarci politicamente, scatena la polizia antiterrorista, si nasconde sotto la maschera e il linguaggio della giustizia, mette in campo tutto un insieme di inchieste, procedure, falsi processi-verbali, false prove di expertise, etc.. Ma la nuda verità è che vuole distruggerci e che la giustizia antiterrorista è il miglior strumento per conseguire questo scopo.

Allo stesso modo, quando il potere circonda dei manifestanti, gli spacca la testa a colpi di bastoni di plastica o gli tira delle granate in faccia, dicono sia per “mantenere l’ordine”, di “proiettili” lanciati da non si sa chi, di inchieste e di contro-inchieste,  di “polizia delle polizie”, etc. Che buffonata!  L’apparato di Stato è una mafia che ha vinto le altre, la polizia una banda armata, la prigione un rapimento impunito, il nucleare una minaccia di morte fatta contro ogni tentativo di trasformazione politica, le tasse una rapina con il consenso, etc. Le istituzioni sono delle mistificazioni alle quali in Francia si vota un culto tanto incomprensibile come quello del cargo in Melanesia. E vi è tutta una guerra, una guerra allo stesso tempo sorda e rumorosa, per mantenere a galla questa città di sogno che non smette di affondare nelle lagune del tempo.

In un testo co-firmato con l’editore Eric Hazan, apparso il 24 gennaio scorso su Liberation, scrivevate: “Quello che prepariamo non è un assalto ma un movimento di sottrazione continuo, la distruzione attenta, dolce e metodica di ogni politica che plana al di sopra del mondo sensibile”, o ancora, “Abbiamo un anno e mezzo per formare, a partire dalle amicizie e dalle complicità esistenti, a partire dai necessari incontri, un tessuto umano abbastanza ricco e sicuro di sé per rendere […] derisoria l’idea che far scivolare una busta in un’urna possa costituire un gesto – a fortiori un gesto politico”. Si capisce bene che non andrete a votare nel 2017. Allo stesso tempo, le grosse macchine dei partiti e i grandi media si preparano già a non parlare d’altro o quasi durante i prossimi dieci mesi. Come possono restare udibili i fronti aperti recentemente?

Se vi si riflette, è già sorprendente che un’onda di rivolta come quella che dura da più di tre mesi accada a un anno dall’elezione presidenziale. In tempi normali non se ne parlerebbe più da settimane, se non nelle piccole dichiarazioni degli uni e degli altri,  nelle desolanti ambizioni di tizio e caio, e si farebbe finta di credere che abbiano qualche importanza. È già un grande successo, per la nostra parte, di essere riusciti a respingere finora l’inizio del pietoso spettacolo della campagna presidenziale. C’è una penosa ironia nel fatto che il primo vero atto della campagna sia stato compiuto da quello che pensa di togliere le castagne dal fuoco delle lotte in corso, all’occorrenza Jean-Luc Melanchon. Allo stesso tempo, raramente i trucchi della democrazia rappresentativa alla francese sono stati così rozzi. È chiarissimo che questa elezione presidenziale non è un momento in cui noi possiamo esercitare la nostra libertà, ma un ultimatum che ci è rivolto. È evidente anche che il Front National è un prodotto del sistema politico attuale, un prodotto della sua decomposizione certamente, ma comunque un prodotto del sistema.

Le prossime elezioni fanno pensare, su di un’altra scala, all’enormità che è il referendum locale sull’avvenire di Notre-Dame-des-Landes: niente di più “democratico” in apparenza che un “referendum locale”.  In realtà niente di più manipolatorio: il perimetro della consultazione è stato determinato dopo un sondaggio, perché vinca il “sì”. Detto altrimenti: c’è una decisione sovrana che si nasconde sotto ogni consultazione democratica ed è la decisione di chi voterà, quando e per cosa; questo costituisce la vera decisione, mentre “i risultati dello scrutinio” non sono altro che una peripezia senza importanza.

Ciò che si può augurare di meglio alle forze autonome che si sono aggregate in questi ultimi mesi è che vadano incontro le une alle altre e formino un tessuto di realtà sempre più profondo, più intenso e più estraneo allo spettacolo politico, che si abbia una separazione generale tra un discorso pubblico sempre più vano ed extraterrestre e dei processi locali di organizzazione, di pensiero, di incontro e di lotta sempre più densi. Il livello di discredito della politica è tale nel paese che un simile processo sembra immaginabile. Noi lo abbiamo chiamato “destituente” perché, per la sua semplice esistenza e attraverso i suoi interventi puntuali, distruggerebbe passo a passo la facoltà del governo di governare. In fondo, questa messa in scacco delle  successive strategie governamentali, riportate a essere dei minuscoli gesti abortiti, non è ciò di cui siamo testimoni da più di tre mesi?

Su di un muro parigino, dopo una manifestazione, si poteva leggere questa tag: “Le presidenziali non ci saranno”. Voi pensate che un blocco totale è possibile? Cosa potrebbe provocare il colpo fatale?

Quello che fa difetto alle mobilitazioni in corso è di natura affermativa. Non riusciremo a trapassare l’ostacolo che abbiamo di fronte fino a quando non punteremo a qualcosa al di là, fino a quando non discerneremo, fosse anche attraverso un’immagine, i contorni del mondo che desideriamo, un mondo che lasci posto a ogni tipo di mondo. Leggiamo in Ai nostri amici: « Non è la debolezza delle lotte che spiega l’evaporare di ogni prospettiva rivoluzionaria: è l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria credibile che spiega la debolezza delle lotte. Ossessionati come siamo da un’idea politica della rivoluzione, abbiamo finito per trascurarne la sua dimensione tecnica. Una prospettiva rivoluzionaria non poggia più sulla riorganizzazione istituzionale della società, bensì sulla configurazione tecnica dei mondi».

Questo ci sembra più giusto che mai. Per quanto riguarda la campagna elettorale, forse è di questo che dovremmo discutere, in ogni cantiere, in ogni città, in ogni campagna, nell’anno che viene. L’umanità e la terra sono in uno stato pietoso. Ovunque, gli esseri si costruiscono su delle gigantesche falle narcisistiche. Anche gli spiriti più moderati si sono fatti l’idea che non possiamo continuare a vivere così. Siamo arrivati a un’estremità della civiltà. Una trasformazione è necessaria. Noi non ci fermeremo. E questa trasformazione non sarà solo sociale, sarà innanzitutto esistenziale.

L’attuale vita sociale ricopre con la sua vernice delle angosce profonde, dei terrori perfettamente palpabili. Paradossalmente, è discendendo in noi stessi, lasciandoci cadere, che ritroveremo il mondo, il mondo comune. E non in una socializzazione più compiuta della società. Quello che c’è di inevitabilmente superficiale in ogni discorso politico, lo condanna alle orecchie dei nostri contemporanei. Il “blocco totale” si farà quando non ci sarà più lo “spettro della penuria”, quando l’angoscia economica di mancare di qualcosa non servirà più da minaccia tra le mani dei governanti, quando ci sentiremo legati dalla verità. Non è mai successo che milioni di persone si lascino morire di fame, a fortiori milioni di persone che hanno lottato insieme.

Allora, percepiremo nell’arresto dell’organizzazione economica del mondo non più una minaccia, ma l’occasione di trovare altre maniere di fare, di accedere a una vita nuova, più viva, più splendente, più potente infine. Questa serenità è il “colpo fatale”.

Sì ma, e l’Europeo di calcio allora…

Volete dire: un piano governamentale che, appena cominciato, non ha l’aria di svilupparsi senza qualche difficoltà…

Immaginiamo allora che questa destituzione abbia avuto luogo, che succede dopo? Che cosa avviene il giorno dopo?

La destituzione è già all’opera da mesi in ogni incontro, in ciascuna delle audacie che costituiscono la vitalità di questo “movimento”. La questione del giorno dopo, di quello che succede dopo, in una parola l’angoscia delle garanzie, ecco qualcosa che non ha alcun senso nell’attualità integrale del conflitto. Come diceva quell’altro, “Hic Rhodus, hic salta”: “Qui c’è la paura, qui bisogna saltare”.


L’intervista è tratta dal sito Mediapart del 13 giugno 2016 ed è pubblicata integralmente su lundi.am e in italiano a questo indirizzo

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Note sul movimento desiderante

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Documento scritto a più mani nel 2015 e pubblicato originariamente a questo indirizzo: Note sul movimento desiderante.

 

Continuare a sognare, sperimentare e conquistare altre forme dello “stare liberi insieme” diventa una priorità non più rimandabile di un movimento comunista che si voglia dire, caso mai fosse necessario, “autonomo” e che voglia diffondere l’ingovernabilità.

Scarica il PDF qui: Note sul Movimento desiderante (read)

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