TI RICORDI?

Del politico, del personale, degli Hüsker Dü

WHAT’S GOING ON

Settembre 2006, 16 anni, l’inizio della terza liceo, dove un cumulo di ragazzini e ragazzine provenienti dall’alta borghesia cittadina, belli, perfetti e spietati come solo chi è privilegiato sa essere, non perdono un’occasione per ricordarti i tuoi chili di troppo, il tuo vestire sciatto, i tuoi capelli lunghi.
La tua unica passione sono i libri e la musica e un pomeriggio ti ritrovi in una libreria a leggere una monografia sulla musica punk-hardcore.
Ti colpisce una foto di tre uomini che guardano nella camera come se fossero stupiti di quell’attenzione su di loro: il primo ha i baffi a manubrio, il secondo è un giovane cicciottello con i capelli lunghi, il terzo ha la camicia di flanella tesa su un’evidente pancetta.
Sono gli Hüsker Dü e il libro dice che sono uno dei complessi più importanti nella storia del punk.
Qualche giorno dopo, nella biblioteca del quartiere popolare dove vivi trovi un disco di questi “Hüsker Dü”: Zen Arcade.
È la storia di un adolescente che se ne va di casa, una storia tutto sommato normale, fatta di incomunicabilità, sbattimenti amorosi, tensioni ribellistiche…
È stato scritto e composto nel 1984 da tre giovani uomini del Minnesota, ma sembra parlare di te e delle persone che hai attorno.
E la musica? Un’irrompere di possibilità nelle canzoni, dall’hardcore furibondo e velocissimo a muri di chitarre distorte, dalla psichedelia a una sensibilità melodica quasi pop.
Il disco non lo restituirai mai più alla biblioteca.

CELEBRATED SUMMER

Settembre 2013, 23 anni, corteo antifascista in una città dove vivi.
La polizia è davanti a voi, dietro loro ci sono i fascisti a sventolare le loro bandierine tricolori e a intonare i loro slogan di odio.
Vi incordonate, bardati, e cominciate a gridare contro di loro, cominciano a venire gettati dei petardi verso la polizia, i fuochi d’artificio illuminano l’oscurità di una sera che si fa sempre più calda, malgrado l’autunno…
Gli sbirri vi caricano, arretrate, ti fermi a raccogliere due bottiglie e le lanci contro di loro, poi arretri insieme agli/alle altr*.
Finito il corteo torni a casa, sentendo che è cambiato qualcosa, che quel passamontagna che hai indossato, quelle bottiglie che hai tirato, quelle poche ore di lotta sono state uno spartiacque nella tua vita: finalmente un po’ di possibile, stavi soffocando…
Ti rimbomba una canzone nella testa, “Celebrated Summer”, che parla della fine della giovinezza come della fine di un’estate che non tornerà mai più nello stesso modo.
La canzone è contenuta in un disco che avevi rubato un paio di anni prima. Il titolo di esso è “New Day Rising” e mai come prima credi che dopotutto ogni cosa abbia senso.

THESE IMPORTANT YEARS

Settembre 2016.
Sono passati solo tre anni da quel giorno, però sembra sia passato tantissimo. Lotte, delusioni, compagn* in carcere…
In una piccola assemblea discutete delle questioni relazionali, di come superare la sovrastruttura della monogamia e il ricatto del possesso.
Durante la discussione ti chiama una compagna, ma non vuole parlare di politica: è triste perché sente il tempo sfuggirle dalle mani, e i ricordi a volte sono troppo pesanti per scacciare la malinconia.
Sai cosa dirle, ma non sai come fare per non risultare stucchevole, quindi le mandi una canzone: “These Important Years”.
Il fatto è che il tempo, cari e care compagn*, non esiste per davvero, la vita è qui ed ora, e ogni anno che viviamo possiamo farne il più importante della nostra vita, e se anche può sembrare stucchevole e freakettone, dirlo rimane sempre meglio del grigiore che lo stato di cose presenti ci offre, con il rimpianto del passato e il terrore del futuro.

TURN ON THE NEWS

Settembre 2017.
Ti svegli con uno sgradevole sapore di gin scadente in bocca, ospite a casa di tua madre che passa il tempo a chiedersi perché un quasi trentenne cresciuto in un sicuro nido borghese si ostini a preferire concerti e cortei a un lavoro stabile.
I ricordi sfocati del concerto fastcore della sera precedente si dissolvono nell’aprire facebook e leggere una notizia che ti riempie di malinconia.
Grant Hart, quel ragazzone coi capelli lunghi che avevi visto in foto tanti anni prima, il batterista, cantante e fondatore degli Hüsker Dü e dei Nova Mob, era morto quella mattina di cancro.
E quella mattina in quella città che hanno dimenticato di bombardare cominci a fare una cosa che non ti capita da tempo: cominci a ricordare.
Ricordare un gruppo che ti ha accompagnato, insieme a tanti e tante, per anni, e che ci ha insegnato che un obeso omosessuale, un pacioccone in camicia di flanella e un tizio con i baffi stupidi avevano molto più da dire di tanti e tante vincenti, che non c’è bisogno di essere dei machi pieni di rancore per essere punk, che parlare della propria interiorità può essere uno specchio verso i mondi che si vivono e che essi si possono veramente ribaltare, se ci si prova davvero.

Sapete cosa vuol dire “Hüsker Dü”? Ti ricordi.

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Come opporsi al fascismo nel metal estremo

UNA GUIDA DI BASE PER COMPAGNI/E E ANTIFA


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Molto spesso la scena black / extreme metal non è stata accogliente nei confronti delle persone nere o LGBTQIA.
Come tante persone a cui piace questo tipo di musica, vorrebbero gustarsi dei concerti black metal e far parte della scena, ma spesso non si sentono al sicuro data la presenza massiccia di razzisti a serate e festival.

La pesante presenza di razzisti nel black metal ha addirittura prodotto un sottogenere completamente nuovo ed autonomo: l’infame NSBM, o National Socialist Black Metal.

DOBBIAMO OPPORCI AL RAZZISMO IN OGNI FORMA, ASSICURARCI CHE LE PERSONE PERICOLOSE E LE LORO IDEOLOGIE DISGUSTOSE NON SIANO BENVENUTE E CHE IL METAL ACCOLGA OGNI TIPO DI PERSONA AD ECCEZIONE DI BIGOTTI, SESSISTI E PERSONE CHE DISCRIMINANO SULLA BASE DEL COLORE DELLA PELLE.

Questo libretto vuole essere un piccolo strumento nella lotta a questo opprimente problema.

Il boicottaggio è sempre stato una tattica rivoluzionaria; dobbiamo solo trovare il modo di utilizzarlo con efficacia.

Come prima cosa, e solo per semplicità, dobbiamo dividere il problema dell’NSBM in due parti: le band e le scene.

1) LE BAND

  • Band apertamente naziste come i Graveland, i Satanic Warmaster, i Peste Noire o anche altre meno famose devono essere intralciate e boicottate in ogni modo possibile.
  • Il boicottaggio deve altresì includere band non specificatamente naziste ma composte da fascisti.
    Molte band naziste degli anni ’90 sono astutamente mutate nel tempo e, per ragioni di marketing e politiche, si sono ripulite l’immagine lasciandosi alle spalle gli accessori più goffamente nazisti. I Nokturnal Mortum sono un ottimo esempio di questo processo: mentre loro si dichiarano pubblicamente “apolitici”, i loro membri sono tuttora palesemente militanti o simpatizzanti del neo-fascismo ucraino.
  • Non bisogna inoltre tollerare le band che condividono il palco con gruppi apertamente nazisti che, in barba alla gravità del razzismo, dichiarano di interessarsi solo della musica o altre stronzate simili completamente slegate dalla realtà materiale. Se sono così interessati alla musica, perché non rendono i propri concerti i più accoglienti possibile per tutti? Contrariamente all’adesione ad un’ideologia di odio – che è una scelta che si compie – le condizioni in cui si nasce, i tratti, l’etnia o l’orientamento sessuale non sono cose che si possono scegliere. Musicisti, per chi volete suonare?
1.1) RICERCA

  • Molti simboli collegati al nazismo sono presenti negli artwork: la loro presenza deve essere un campanello d’allarme.

    Il progetto “Hate on Display” fornisce un database consolidato di simboli razzisti e si trova a questo indirizzo
  • È molto probabile che qualcuno abbia già discusso online delle idee di una band o dei suoi membri. Queste informazioni sono facilmente reperibili.
1.2) BOICOTTAGGIO INDIVIDUALE

Bisogna smettere di nutrire i nazisti con i nostri soldi. Non vanno comprati album NSBM, merchandise, biglietti per i concerti “NS-friendly”. Nel caso si voglia comunque ascoltare queste band la loro musica può essere scaricata illegalmente, ma non pubblicizzata. A meno che ci si stia andando per picchettarli (come presentato nel punto 1.4 sottostante), non bisogna partecipare ai loro concerti.

1.3) BOICOTTAGGIO SOCIALE

Se ci organizziamo, siamo (ovviamente) più efficaci.

Fare terra bruciata attorno ai Nazisti.

  • Bisogna essere efficaci nell’utilizzo di tutte le connessioni che si hanno ed anche dei social network per fare pressione sulle band non naziste di modo che siano obbligate a prendere una posizione ed evitino di condividere il palco con i fascisti.
  • Si deve fare pressione anche sugli organizzatori dei concerti nazisti e su chi fornisce loro le strutture: devono essere messi a conoscenza di chi suonerà nei loro locali, di quali sono le posizioni delle band su anti-semitismo, razzismo e omofobia e di cosa hanno detto e fatto i loro membri negli anni.
1.4) Boicottaggio in strada

L’obiettivo è bloccare ed impedire lo svolgimento di un concerto.

Qualche esempio di azioni antifasciste efficaci:

  • appendere banner, volantini e manifesti nei pressi del posto del concerto nei giorni precedenti all’evento per esercitare maggiore pressione sull’organizzatore e sul proprietario del locale;
  • volantinare è sempre una buona opzione;
  • picchettare di fronte al luogo dell’evento è un’azione che può essere organizzata per il giorno del concerto – se si dispone di forze sufficienti da renderla sicura.

Queste tattiche sono quelle che presentano maggiori rischi: dovrebbero pertanto venire organizzate con cura e prendendo tutte le precauzioni che rendano la loro esecuzione sicura sia da un punto di vista fisico che legale.

2) LE SCENE

La scena del metal estremo

I posti nei quali vive la scena metal devono essere mantenuti liberi dai fascisti. Le persone ambigue devono venire smascherate; il confronto è necessario per difendersi e mantenere i propri spazi sicuri per chiunque voglia entrarvi e stare bene. Qualcuno indossa una maglia di Burzum? Chiediamogliene conto e decidiamo come muoverci. Non esiste una panacea: alcune persone devono solo essere messe a conoscenza della merda che supportano, altre devono venire semplicemente sbattute fuori.

È ormai chiaro che i fascisti non spariranno nel nulla da soli. Non si può più perdere tempo organizzando generici concerti black metal o festival che permettono tuttalpiù di passare una bella serata di musica.
I concerti che organizziamo o a cui partecipiamo devono essere sempre più connotati politicamente, chiaramente antifascisti e nel caso del black metal, esplicitamente contro l’nsbm.

Altre scene

Non bisogna rinchiudersi nella propria scena: connessioni prolifiche possono essere intessute “all’infuori” di essa. Le scene punk e hardcore sono probabilmente quelle più antifasciste e rivoluzionarie che esistano, alcuni di noi ne sono già membri attivi/e o hanno amici/he e compagni/e al loro interno.

Come antifascisti/e vanno sviluppate relazioni non settarie e basate sul mutuo appoggio con questi/e compagni/e e, dal momento che queste scene hanno una lunga e solida storia antifascista alle spalle, bisogna imparare cosa hanno già sviluppato nel tempo per mantenere le proprie scene sicure.

Se i loro partecipanti non sono a conoscenza di cosa sta accadendo nel metal estremo, o se hanno pregiudizi, vanno quindi condivise con loro informazioni e saperi riguardo il crescente senso di anti-razzismo che si sta sviluppando nella scena. Con il crescente allarmismo riguardo i migranti e l’aggravamento della crisi sociale, le posizioni politiche stanno a loro volta divenendo più definite: prendere una posizione antirazzista è diventato necessario per chiunque non voglia collaborare coi nazisti. L’aiuto di queste persone è necessario.

CHI NON PRENDE POSIZIONE CONTRO
STA COLLABORANDO

Il nostro obiettivo è quello di essere in grado, nel tempo, di assottigliare la distinzione tra le scene che condividono gli stessi valori: difendere la nostra musica, i nostri posti e i concerti dalla feccia fascista e, infine, sconfiggere il fascismo cacciando i razzisti dai concerti, dalle scene, dal mondo, dall’universo.


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G7-GUERRA PSICHICA A BOLOGNA

Solidarietà con tutt* i/le colpit* dalla repressione a Bologna

Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre.
– Marco Minniti sul dispositivo di sicurezza in vista del G7 ambiente

Nell’ultima settimana un enorme dispositivo poliziesco è stato impiegato a Bologna dal governo e dall’amministrazione cittadina per “garantire la sicurezza dei rappresentanti dell’ambiente” in visita per il G7 “ecologico”.
Impensabile camminare in centro senza avere addosso gli occhi di 1000 guardie, in ogni strada e in ogni bar, in centro e in periferia.
Negli ultimi giorni l’apparato securitario, la cui ampiezza era poco giustificabile rispetto alle proposte di lotta messe in atto dalla nostra parte, ha dovuto tirare su dei numeri che dimostrassero a chi lo comanda che ogni mezzo, uomo, euro speso, fossero giustificati. E ovviamente il suo bersaglio privilegiato è stato come sempre chi lotta per un mondo radicalmente diverso.
Molte compagne e molti compagni sono stat* colpit* da diversi procedimenti repressivi.
Si è cominciato venerdì, quando svariat* compagni e compagne in visita a Bologna sono stat* prelevat* in stazione centrale da sbirraglia in varie uniformi¹, per venire condotti in questura. Qui, dopo ore di attesa e disagio, hanno ricevuto un foglio di via della durata di 3 anni senza motivazioni oltre alla propria presenza in città durante i giorni del G7 sull’ambiente.
Sabato altri due fogli di via ad altri compagni romani trovati, ahiloro, a spasso fin troppo tranquilli in Bolognina.
Domenica mattina invece in 20 sono stati fermati e trattenuti in questura per tutta la giornata per motivi ancora poco chiari. Dieci tra loro hanno ricevuto ulteriori fogli di via da Bologna, mentre due sono stat* processat* stamattina per direttissima a causa dell’ipotetico furto di… una scala.
Forse l’amministrazione locale si preoccupa che, avendo distrutto a colpi di austerity l’illusione della mobilità sociale, qualcuno volesse tentare strade alternative per guadagnarsi un posto al sole?
Tranquilli, non ci accontentiamo dell’attico se possiamo dare l’assalto a cielo.

A tutt* coloro che hanno avuto la sfiga di incrociare i mascalzoni in divisa in questi giorni esprimiamo la più sincera solidarietà.

Collettivo scala mobile contro la fatica di arrampicarsi

¹ È stato interessante scoprire che Italo (o Trenitalia) ha probabilmente collaborato con le FdO mettendole al corrente della presenza di 3 compa di Roma sul treno. Questo è deducibile dal fatto che queste persone sono state aspettate precisamente sotto la carrozza in cui viaggiavano

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Dall’operaio massa all’OPRAIO sociale

Bello Figo, una chiave inglese sulla cultura della serietà – SWAG ANTIFA

Non mi sporco le mani
Perché sono già nero

Bello FiGo ft The GynoZz

La provocazione è sempre stata un tratto saliente dei movimenti rivoluzionari più effervescenti e spesso efficaci. Si pensi alla risata che seppellisce di anarchica memoria, agli zut di Radio Alice, all’arroganza tamarra di un proletario che durante un esproprio al supermercato getta a terra il pane e se ne va con lo champagne. Provocazione e tracotanza, quando collettivi, sono segni di una consapevolezza di potenza: potenza irrisoria che erompe dagli angusti argini del miserabilismo e della peggiore retorica poverista.

Il rapper parmigiano di origine ghanese Bello Figo, scanzonatamente antilavorista e derisorio del discorso fascista di difesa delle “nostre donne” e di stato sociale riservato agli italiani, esplicita un’attitudine che le/i rivoluzionari* dovrebbero essere pront* a rivendicare e difendere sempre e sotto qualsiasi forma si presenti.

“Dovrebbero” perché continuano spesso a legarsi coi lacci della seriosità, che evidentemente suppongono essere la sola strada materialmente efficace da percorrere verso una rivoluzione, futura, che non arriva mai e che non trova mai spazio nella costruzione di una quotidianità diversa e godibile. Senza, peraltro, avere riscontri empirici di tale supposizione.

La stessa autoimposizione castrante che porta molt* compagn* a distanziarsi da un Bello Figo, li porta poi a tentennare nel prendere posizione di fronte alle minacce che giungono a lui dalle crescenti forze neofasciste che sempre più spesso lo costringono a cancellare i suoi concerti.

Forze neofasciste che sappiamo bene non essere capaci solo di ciarlare via internet, ma anche di azioni materiali.

Si contano finora (al 24 gennaio) ben 3 concerti annullati da Bello Figo per via delle minacce ricevute dagli organizzatori degli eventi: Borgo Virgilio (Mantova), Legnano (Milano) e Brescia. L’ultima provocazione in ordine cronologico è un tazebao esposto a Roma da un gruppo neofascista (Azione Frontale) di fronte agli Ex Magazzini, locale di Testaccio che ospiterà (sempre che non salti) il concerto di bello figo il 4 febbraio. “Siamo pronti a picchettare gli ingressi” dicono i fascisti che sembrano compattarsi nell’odio verso il rapper di Parma e verso quello che Bello Figo rappresenta: la capacità di un ragazzo di smontare con i suoi testi la retorica di sinistra che vuole i migranti come dei poverini incapaci di autodeterminarsi e di desiderare una vita fuori dal capitalismo. Una retorica impotente che non preoccupa i padroni e i loro scagnozzi con la camicia nera.

Se i razzisti assumono una posizione chiara verso Bello Figo, non si può dire lo stesso delle compagne e dei compagni che affrontano quotidianamente la stessa violenza fascista. Eppure sembra contraddittorio che un movimento che ha fatto della lotta per la casa una sua rivendicazione centrale e aggregativa non prenda una posizione di piena apertura e solidarietà verso chi ha fatto di uno degli slogan della lotta per la casa “io no pago affito” il nome stesso del suo tour. Le costanti minacce da parte di gruppi neofascisti dovrebbero quantomeno far riflettere tutte e tutti le/gli antifascist* sulla posizione di Bello Figo nello scenario mediatico, culturale e politico italiano. Nonostante questo, parti di movimento sembrano incapaci di fare proprie le parole e le provocazioni di qualcuno che non sia stato creato a tavolino dai leaderini dei vari gruppi a margine di un’assemblea fiume di 12 ore.

Bello Figo, forse inconsapevolmente, indica un orizzonte in cui la cosiddetta “provocazione” può essere un’importante arma per i/le rivoluzionari/e.
Sabato 14 gennaio, a Milano, mentre l’antifascismo di maniera faceva una passeggiata per il centro per dichiarare che il fascismo è “incostituzionale, illegale, brutto&cattivo” un gruppo di ragazzini che piazzavano all’arco della pace si trovavano davanti l’odioso presidio di Forza Nuova.
La reazione? Dopo aver urlato ai camerati gli epiteti che più gli si confanno (“merde”) ci si mette a dabbare davanti a loro e a suonare a tutto volume “Io no pago afito”.

I fascisti esterrefatti, paralizzati dalla propria miseria e dalla spontaneità veramente rivoluzionaria di quei ragazzini e di una canzone che riporta tutto al suo archè, che non è altro che il desiderio.
Perché dobbiamo tornare a dire che è il desiderio quello a cui puntiamo, dobbiamo tornare a dire che noi non vogliamo pagare l’affito, che non vogliamo vivere una vita di merda fra le catene del lavoro, che vogliamo tutto e subito, e che ce lo prenderemo.
Bello Figo lo dice, forse scherza, probabilmente provoca, lo fa in forma spuria, eppure chi lo ascolta comincerà a desiderare una vita diversa da quella che ci viene venduta in cambio del nostro tempo vitale.
E noi cosa faremo? Continueremo a fare politica per mestiere? Continueremo a essere seri e compunti? Saremo, in ultima istanza, vecchi grigi e innocui?

Serve darsi una scrollata e prendere una posizione, lasciando andare ogni forzato giudizio discretivo e ogni posizione elitista, perché quella contro le pratiche dell’autoritarismo fascista non è solo la lotta di Bello Figo.
Questo vuole essere uno spunto.

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Hellworld

Traduzione dell’omonimo pezzo di Harper Ferry, pubblicato su Ultra.

Da qualche parte ai piedi boscosi delle delle North Cascades, un gruppetto di comunist* si raccolse per evocare i morti. Ero un* di loro, ma non sapevo di preciso cosa stessimo facendo. Ero vicino al piano della cucina che guardavo fuori, oltre il prato, fumavo erba con le/gli altr* e parlavamo di come e perché tutti amassimo Kanye. Ad un certo punto un paio di streghe (nostre amiche) si unirono a noi e ci spiegarono come raggiungere la strada di ghiaia per arrivare al fienile. Da quel momento, le nostre amiche si calarono nel ruolo di inespressive accolite. Portavano torce da giardino; ci condussero lungo un sentiero nel bosco che man mano diventava più scuro, facendo attenzione affinché evitassimo pozzanghere e doline. Ci guidarono oltre il piccolo ruscello che correva parallelo, sebbene molto più tranquillo, al fiume che si trovava 400 metri più in là, oltre il bosco. Eravamo entusiast*, solenni, e probabilmente più curios* che altro. Il soffitto di abeti di Douglas incombeva sopra di noi come un drappo nero gettato sulla testa di una persona rapita, come se il cielo non volesse che vedessimo il suo volto. Di tanto in tanto sentivamo un fruscio tra i cespugli che ci faceva sobbalzare.

È stata una settimana piovosa. La foschia del Northwest è ottima per la necromanzia e il black metal, ma la pioggia ha la capacità di inzuppare le buone vibrazioni rendendole pesanti e ombrose. L’anno scorso, quando campeggiammo qui, c’erano il sole e il fumo degli incendi boschivi poco distanti. Quest’anno abbiamo avuto pioggia e nebbia. La foresta in questa parte del paese sembra magica, ma la magia non è sempre invitante e bizzarra. Quando facemmo il rituale, era tragica e funesta. Nessuno ha mai detto che il mondo è qui per te. Non è nemmeno qui per sé stesso. È semplicemente qui.

Mentre mi facevo strada con attenzione nel fango, la foresta minacciosa continuava a riempirmi di spavento. L’unico pensiero che avevo fisso in testa durante la solenne marcia era come la gente al campeggio avesse cominciato ad utilizzare il nomignolo “Hellworld” per descrivere tutta la merda che fa schifo nella vita. Qualcun* l’aveva utilizzato una volta e da lì aveva cominciato a propagarsi. Lo cacciavamo in ogni frase possibile perché riuniva i nostri problemi in un unico e coerente pantano. Hellworld era gli sbirri. Era il lavoro. Era la rampante e annichilente impossibilità di avere gioia sulla terra. Hellworld è la vita di ogni giorno.

La mia amica Emily s’è tolta la vita quest’anno. È stata una cosa grossa. Non posso dire che io e lei fossimo particolarmente intim* (anche se passavamo molto tempo insieme) ma la sua dipartita da questo reame è stata una catastrofe per chi di noi le è sopravvissut*. Penso sia semplicemente così. Ognun* è a lutto, le nostre reti affettive sono a loro volta a lutto, e nessun* riesce a far quadrare la propria vita. Hai mai provato a toccare il fondo mentre stavi nuotando per accorgerti solo in quel momento che l’acqua era più profonda di quello che pensassi? L’acqua che ti invade il naso e la bocca mentre cerchi di respirare: quello è Hellworld.

Finalmente arrivammo esitanti ed un poco impauriti al sito del rituale. Era un piccolo spiazzo con una sorta di altare nel mezzo: lo scheletro di una piccola canoa rovesciata, sospesa in aria grazie a due treppiedi di legno grezzo. Tra i treppiedi, piccole pietre bianche erano legate allo scheletro della barca, dando l’impressione di essere pioggia, o per lo meno delle luci di natale della forma di ghiaccioli pendenti. Alla base di ciò si trovava una piccola pila di pietre grezze e larghe (tradizionalmente conosciute col nome di tumulo, se la mia memoria di pessimi romanzi fantasy è corretta). Gli organizzatori del rituale uscirono quindi presentandosi a noi e accesero altre torce da giardino e quelle che credo fossero centinaia di quelle piccole candele da tè che i maestri di arte delle scuole elementari adorano.

Qualcosa nell’atmosfera mi aveva già res* uno straccio. La teatralità mi aveva colpito, forse, o c’era troppo ozono nell’aria. Mi sentivo terrorizzat* per ragioni che non riuscivo a identificare. Le/gli organizzator*, o, come li/le chiamerò da qui in avanti, “la Commissione delle Streghe”, cominciarono con una breve spiegazione di ciò che intedevano per «rituale».

Per come l’avevo capita, la questione era contattare i/le nostr* amic* cadut*, così come coloro che sono mort* senza che noi nemmeno le/li avessimo conosciut*: vittime di tratta degli schiavi, enclosures, polizia, povertà, abusi, omicidi – affinché potessimo aggiungere la loro forza alla nostra. Tutt* insieme, le/i nostr* amic* mort* rappresentano una continuità nella storia di Hellworld, il suo peso che incoscientemente spinge i corpi nella sporcizia come fatto necessario alla sua stessa esistenza. Il fiume Stige, che attraversa l’Inferno, è composto da tutti i sorsi che ci siamo versat* in onore delle/dei nostr* compagn*. Al di là di certi dibattiti fattuali riguardo allo stato corrente dei morti, con quali migliori alleati potremmo sperare di allearci contro il mondo?

Non è così sorprendente quando rifletti sul fatto che comunist* e anarchic* potrebbero avere una relazione piuttosto ravvicinata con i morti – non solo per il fatto che spendono un sacco di tempo leggendo e discutendo il lavoro teoretico di persone morte. Dopo tutto, alla base del comunismo c’è un profondo disadattamento a Hellworld. Tutt* conosciamo persone morte, è un fatto della vita, ma se combini questo all’abitudine a frequentare sottoculture incestuose e frustrate, nonché un background esistenziale in gruppi che trovano la vita in Hellworld più dura di qualsiasi altro, i corpi sfortunatamente cominciano ad ammassarsi (la lista comincia ad allungarsi?). Come disse il comunista tedesco Eugen Leviné alla corte che lo mandò a morire di fronte al plotone d’esecuzione: “noi comunisti siamo persone morte in congedo“. È vero per tutt*, ovviamente, ma forse è specialmente vero per coloro tra noi la cui esistenza potrebbe un giorno minacciare il tranquillo scorrere del capitale.

Dopo la parte più coreografica del rituale, che incluse poesia e teatro, le/gli spettatrici/ori furono incoraggiat* a chiamare specifiche persone morte che desideravano invitare all’interno di quello spazio. La gente parlò di genitori e nonn*, amic*, vittime di omicidi di polizia, mariti, fidanzati e bigotti, autori/autrici d’impatto, personaggi prominenti dei movimenti sociali, ecc. Per quanto mi riguarda, riuscii a pensare solo ad Emily.

Emily si tolse la vita per sfuggire a Hellworld. Cosa significherebbe chiamarla indietro, in qualsivoglia forma ci si possa aspettare che una morta ritorni? Specificatamente, il suo ultimo desiderio fu di essere morta. Chi sono io per desiderarla viva? Di maledirla con la rinascita quando la nascita le fu così ostile?

Scommetto che Lazzaro si incazzò parecchio con Gesù. Morire, sfuggire a Hellworld e andar dritto in Paradiso per poi essere chiamato indietro in qualche tomba ammuffita tre giorni dopo dal suo amico, il borioso figlio del falegname? Nah. Non potevo provare a far quello ad Emily. Mi ha fatto pensare a quella frase di Cioran: “aver commesso ogni peccato tranne quello di esser padre”. Con questo in mente, decisi invece di aderire alla cerimonia magica chiamandovi il mio defunto padre. Quello sfaticato non fece granché per me in vita, per cui non mi preoccupai troppo a chiedergli qualche stronzata dall’aldilà. Ancora una volta, però, mio padre fallì nel materializzarsi in qualche modo significativo. Questo, più di qualsiasi altra cosa, esemplificò le mie sensazioni non solo rispetto al rituale, ma ai morti in generale.

Non sono esattamente un* non-credente rispetto al mondo della magia, ma lo sono rispetto alle sue pratiche in generale. Sono interessat* alla magia che è profondamente inumana, che destituisce l’essere umano dalla possibilità di imporre il suo dominio sul mondo e sulle energie che lo muovono, una magia oscura che è difficile da utilizzare in quanto si manifesta in modalità che sono impossibili da conoscere. I morti, penso, ricadono nella categoria dell’inconoscibile e sicuramente si rifiutano di essere imbrigliati.

I miei morti sono morti. Per me questo è il punto, più o meno. Non sono semplicemente a lutto per Emily. Piango qualsiasi realtà concepibile che non l’avrebbe portata a scegliere di non-esistere. Piango un mondo che offra possibilità che siano meno distruttive dell’essere obbligat* a lavorare solo per avere del cibo di cui nutrirsi ed un posto in cui vivere. Quello sarebbe un mondo in cui Emily avrebbe potuto sopravvivere. Sarebbe un mondo in cui io potrei sopravvivere. Invece, eccomi qui, mezzo-mort* a chiedere ai morti di essere mezzo-vivi.

Tutto sommato, sembra che globalmente le sedicenti streghe cosmopolite di oggi basino le proprie pratiche sia sulle calunnie dei cacciatori di streghe che sulle ricostruzioni storiche dei rituali e delle pratiche magiche. Per molt* la reviviscenza (molto trendy) della stregoneria è principalmente un movimento estetico che riproduce l’immaginario delle streghe più per tentare di incarnare audacemente un tabù che come mezzo per dispiegare un potere personale nel mondo. Affinché non ci si emozioni troppo rispetto al carattere evidentemente antisociale di questa evoluzione, Hostis ci ricorda che

La scomparsa di figure sante non significa che i racconti morali siano spariti. La virtù oggi appare negativamente; la malvagità viene esposta agli spettatori di modo che ‘facciano le proprie scelte.’ Questo funziona raramente, però, dal momento che il postmodernismo si fa beffe della “disruption” – non esiste molto che sia tuttora sconvolgente. I ragazzi delle confraternite apprezzano sia American Psycho che Fight Club a seconda del loro umore. Ci sono parecchi broker finanziari che leggono Bukowski come parecchi analisti della Difesa non si perderebbero un episodio di ‘Girls’ la domenica sera. Questo conferma un sospetto che molt* hanno avuto rispetto alla potenzialità radicale delle politiche culturali, ossessionate come sono dalla propria maginalità: più che condannare la cattiveria, la rappresentazione della trasgressione oggi finisce col renderla triviale.

Da un punto di vista prettamente storico, è interessante notare come la caccia alle streghe intrapresa dagli europei sia coincisa con l’affermazione e l’istituzionalizzazione di una visione del mondo che stabilisce l’umanità come una testa che esercita la propria volontà sul corpo altamente meccanizzato del mondo, affidabile e responsabile. Sopra di loro c’era solo Dio, e cos’era costui nella loro mente se non una proiezione di umanità su quanto di inspiegabile c’era nel mondo? Le streghe, per come vennero narrate dai loro assassini, potevano esistere solamente all’interno di una filosofia che sostenesse che gli individui siano capaci di incidere nella realtà tramite la completa applicazione di una volontà disincarnata. Questa filosofia costituisce un approccio alla magia che io chiamo l’Arcano. La magia arcana opera come estensione di chi la pratichi, avendo effetto nel mondo attraverso mezzi non riconoscibili per raggiungere uno specifico obiettivo. Dal momento che le pratiche dell’Arcano dipendono da un esercizio di volontà cosciente, faranno quindi affidamento ad un’idea umanistica che privilegi la coscienza sopra a tutto il resto.

L’animismo è un ottimo esempio di campo di pensiero in cui generalmente la nozione arcana di magia prevale dove una più fedelmente oscura concezione sarebbe più coinvolgente. Che quanto è non-umano (o non-senziente) si muova ed abbia una specie di vita (o volontà) propria è certamente un pensiero interessante, ed è complementare alla prospettiva di un mondo che non solo non ha bisogno di noi o non ci vuole, ma che banalmente è differente da noi al punto tale che la Volontà degli oggetti è, generalmente, inconoscibile per noi al di là di una generica comprensione delle forze che li muovono. Una pratica magica veramente oscura farebbe bene a concepire un mondo il più possibile incosciente. Come se fosse un esercizio di estinzione.

Più che agire nel mondo con quello che abbiamo di fronte, richiamiamo extraplanarmente una qualche qualità sconosciuta, sperando che ci possa venire in aiuto. In questo caso, la necromanzia – la scuola di magia dedicata allo sfruttamento dei morti – è più che un’intelligente analogia con la politica. È un effettivo dispiegamento pratico delle politiche di sinistra rispetto al mondo dei morti.

Il predisporre corpi e spiriti verso un conflitto tramite l’esortazione da parte di una rappresentanza auto-selezionata è l’obiettivo di ognuna di quelle anime tristi che vediamo imbracciare un cartello nelle strade. Sia che questo dica: “PENTITI O AFFRONTA IL GIUDIZIO” o che esclami: “RIVOLUZIONE ORA!”, la filosofia operativa è composta essenzialmente dalla stessa chiamata ai morti perché si sveglino.

Forse il vecchio socialista che vediamo urlare slogan e rifilare giornali stucchevoli vive in quell’angolo di strada. Chi lo sa? E chissenefrega? Se fosse così non sarebbe che un altro corpo che schiviamo gentilmente mentre ci rechiamo a lavoro. Un giorno sì ed uno no, lui o qualche altr* ferrovecchio è lì a sventolare giornali chiamando perfett* sconosciut* “compagno/a”, e diffondendo la buona novella. Probabilmente comprerei il giornale di tanto in tanto se sapessi che questa persona è lì per i soldi, ma non sopporto l’idea di offrire una qualsiasi forma di validazione alle sue fantasie auto-esaltanti. Voglio piuttosto che si scoraggi e molli tutto, per essere non solo insoddisfatto della vita, ma anche dei metodi con cui ci fa i conti. Se cerchi aiuto e compagnia urlando nel vuoto, solo il vuoto risponderà. La politica è la necromanzia dell’Hellworld quotidiano.

Quando il rituale finì ed ognun* si stava asciugando le lacrime prima di mettersi in cammino per lasciare il bosco, rimasi ancora un minuto. Mettendomi in ginocchio sulla terra umida, esaminai l’anello di candele che formava il cerchio attraverso il quale credo dovesse avvenire l’evocazione degli spiriti. Scelsi una candela, la chiamai Emily, e spezzai il cerchio spegnendola con un soffio, perché questo è quello che per me è Emily ora. Emily è precisamente non-Emily, la particolare assenza di Emily. Emily è solo un nome che potrei dare alla mia amarezza. Questo è quello che Hellworld è: la sensazione che qualcun* sia assente da una funzione finché realizzi che è solo mort*. È l’inversione di qualsiasi cosa che so essere buona nel mondo. Un* dei membri della Commissione delle Streghe si accorse che ero abbastanza pres* male. Mi mise la sua mano sulla schiena e mi disse che mi avrebbe riportato al campeggio.

Non mi ritengo ate* rispetto alla magia. I rituali possono essere significativi e potenti. Il cerchio magico ha i suoi limiti, però, e piuttosto che le anime dei/delle nostr* amat* credo che quella volta invocammo la catarsi: una che potessimo provare a condividere. Quello che invocammo fu un altro giorno preso in prestito al nostro terrificante futuro. Qualsiasi cosa mi aiuti a superare una giornata è abbastanza buona per me. Quello a cui sono veramente interessat* è saccheggiare quanto mi sia mai piaciuto e spellare vivi i ragazzini ricchi di Instagram, ma mi occorrerà qualche giorno in più per riuscire a fare accadere queste cose. Sono felice che la Commissione delle Streghe mi abbia potuto dare qualcosa, almeno.

Quando Hellworld si prende qualcun* di noi, e riusciamo ad accettarne la morte, questo sintetizza il problema essenziale di cosa sia la vita per noi qui e ora. Se Hellworld, o il capitalismo, o qualsiasi nome gli si voglia dare, è la morte di quello che ci piace, allora bisogna uccidere Hellworld. Dobbiamo ribaltare il mondo, caverne la gioia e frantumare tutto quello che rimane. Elaboriamo una magia che ci permetta di fare questo.

Harper Ferry

 

Emily Smalls
RIP Emily Smalls
Hesh Paul
RIP Hesh Paul
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Il grande gioco della guerra civile

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Traduzione dall’inglese di The Great Game of Civil War prodotto dai/dalle compagn* american* di Ill Will Editions e pubblicato originariamente su Bloom0101 

REGOLA N° 1
Fino a nuovo ordine, tutti i vostri diritti restano sospesi. Naturalmente, è meglio che conserviate l’illusione di continuare ad averne. Per questo, ci limiteremo a infrangerne uno alla volta, caso per caso.

 REGOLA N° 2
Siate cortesi: non parlateci più di leggi, di Costituzione e di tutte queste suggestioni d’altri tempi.  Da un po’ di tempo, come avrete notato, abbiamo approvato leggi che ci pongono al di sopra della legge e di qualsiasi cosa rimanga di questa fantomatica Costituzione.

REGOLA N° 3
Voi siete deboli, isolati, disorientati e sopraffatti. Noi siamo numerosi, organizzati, forti e preparati. C’è chi dice che siamo una mafia. È falso. Noi siamo LA mafia, quella che ha sbaragliato tutte le altre. Noi soli possiamo proteggervi dal caos del mondo. È per questo che ci piace  farvi sentire deboli e insicuri. È grazie a questo scenario che i nostri loschi affari continuano ad essere redditizi.

REGOLA N° 4
Per voi il gioco consisterà nel fuggire, o per lo meno nel tentare di fuggire. Per fuggire intendiamo tentare di superare il vostro stato di dipendenza. La verità è che, in questo momento, voi dipendete da noi in ogni ambito della vostra vita. Mangiate ciò che produciamo, respirate quello che inquiniamo, siete alla nostra mercé al minimo mal di denti e, soprattutto, nulla potete contro la superiorità assoluta della nostra polizia, alla quale abbiamo conferito pieni poteri, a dirla tutta, sia per quanto riguarda l’azione che per quanto riguarda le valutazioni.

REGOLA N° 5
Non sarete in grado di fuggire soli. Perciò, dovrete iniziare a costruire la solidarietà necessaria. Per rendere il gioco più difficile, ci siamo organizzati per liquidare tutte le forme autonome di socialità. Solo al lavoro è permesso permanere: la socialità sotto controllo. Per voi, pertanto, la questione è riuscire a fuggire dal lavoro – tramite il furto, l’amicizia, il sabotaggio e l’autorganizzazione. Ah, un’ultima cosa: da ora ogni mezzo di fuga è un crimine.

REGOLA N° 6
Non smetteremo mai di ripeterlo: i criminali sono nostri nemici. Di conseguenza, dovete prima di tutto mettervi in testa quanto segue: i nostri nemici sono criminali. In quanto potenziali disertori, ognuno di voi è di conseguenza un potenziale criminale. Questo è il motivo per cui è meglio che teniamo una lista dei numeri che avete chiamato dal vostro telefono, che il vostro cellulare ci permetta di localizzarvi in ogni momento e che la vostra carta di credito ci dia modo di conoscere al meglio le vostre abitudini.

 REGOLA N° 7
Nel nostro giochino, coloro che abbandonano il loro isolamento sono quindi chiamati “criminali”. E quelli che avessero l’audacia di contestare questa situazione, li chiameremmo “terroristi”. I secondi possono essere uccisi in ogni momento.

REGOLA N° 8
Siamo consapevoli del fatto che la vita nei ranghi della nostra società contiene all’incirca quel po’ di gioia che potrebbe dare un viaggio in metropolitana; che la ricchezza prodotta finora dal capitalismo è risultata solo in una desolazione universale; che il nostro ordine ormai mangiato dai vermi non ha altri argomenti al di là delle granate stordenti che lo proteggano. Ma che possiamo farci – è così che funziona! Vi abbiamo disarmati mentalmente e fisicamente ed ora abbiamo il monopolio su tutto ciò che vi abbiamo negato: violenza, complicità ed invisibilità. Francamente: se voi foste nella nostra posizione, non fareste lo stesso?

REGOLA N° 9
Conoscerete la prigione.

 REGOLA N° 10
Non ci sono ulteriori regole. Tutte le mosse sono consentite.

– IL TUO GOVERNO

Scarica il PDF per la stampa qui: Il grande gioco della guerra civile [poster A3]

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Sulla giornata del 5 novembre

Immagine: Dans la Rue

Ieri pomeriggio, nel quartiere Magliana di Roma, compagni e compagne antifascist* sono sces* nelle strade per ostacolare il presidio di Forza Nuova “Magliana come Goro”.

Questa mobilitazione, che si è conclusa con il sequestro dello spazio sociale Macchia Rossa, con una narrazione pubblica fasulla che vede la gente della Magliana attaccare gli antifascisti e con un rastrellamento che ha portato a 53 fermi e 8 arresti tra i/le compagn*, è l’ennesima riprova che i fascisti sono intoccabili nel perseguire i loro scopi.
La giornata di ieri, che oltre ai fatti di Roma ha visto un tentativo di vietare la contestazione al teatrino governativo della Leopolda a Firenze e una feroce repressione delle compagne e dei compagni antifascist* a Pavia, conferma che il governo del PD sta accelerando la progressiva distruzione dei movimenti anticapitalisti e antifascisti. Questo ci impone una riflessione profonda per quanto concerne gli spazi di agibilità nelle strade e nei quartieri: su come espanderli e moltiplicarli e su come possiamo essere efficaci nell’attaccare i dispositivi fascisti sia neri che democratici.

Nell’augurio che tutt* i/le compagn* arrestat* escano presto dal carcere, noi faremo del nostro meglio per star loro vicino e non farl* sentire sol*.

Per un antifascismo attivo e dilagante.

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La tana

Della paura come identità ultima dell’umano, del suo superamento

I. L’ATTO CREATORE DELLA PAURA

Alone, with too much generosity
A theatre mask of hostility attracts
Assaults occur, infrequently
And those who come, to conquer?
(Colin Newman – Alone)

Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, la condizione umana a seguito del gotterdammerung, il crepuscolo degli dei, non ha saputo creare che il deserto, garantendosi l’invivibilità della propria condizione piuttosto che il balzo in avanti proprio di ogni ente naturale.
In altre parole, la perdita della speranza in una qualsiasi alterità e il conseguente crollo della metafisica non ha dato seguito all’alba della consapevolezza di classe materialista né all’aristocrazia degli Oltreuomini, ma ha creato un processo di assottigliamento di qualsiasi benché minima idea, rendendo l’uomo in costante compartecipazione ontologica con la propria alienazione.
Ecco il bloom, il transumano, insensibile a null’altro che sia l’idea di sé, completamente trasfigurato nelle azioni che compie (e nel valore che ne ricava) e con sogni a basso costo.
Questa condizione esigeva ed esige la nascita di una nuova forma di piacere, un godere proprio del Tempo che domina, un processo desiderante che non generasse desiderio, e così nasce la paura come atto creatore.
Da sempre questo sentimento nato come normale istinto di autoconservazione è stato utilizzato per guidare gli istinti delle masse, dalle prime mitopoiesi escatologiche al terribile occhio di Dio, tutto ciò per giustificare sempre sfruttamento e massacri, eppure mai come oggi la paura assume i connotati di eruzione (nel senso di erupto, eruttare spinta vitale), divenendo la libido di poter ritrovare quel sogno che l’uomo ha perso tanto tempo fa: l’identità.
Immaginiamo un ente secolarmente educato ad obbedire alla trinità Dio-Patria-Famiglia, o meglio a temere il primo, soddisfare la seconda e sentirsi protetto dalla terza in una vita di continua schiavitù consapevole; immaginiamo poi che la Storia (e il suo processo di scrittura e decodificazione) dimostri che queste tre entità non sono altro che fantasmi, e che l’uomo si ritrovi nel corso di due secoli completamente sradicato da qualsiasi appartenenza.
La prima reazione di quest’orfano è stata quella di produrre e consumare con bulimica ferocia, e per più di cinquant’anni la società occidentale ha assunto l’aspetto del parassita, finché non è rimasta più carne sul cadavere del presente e a quel punto, orfano una volta di più anche della società che gli aveva promesso il benessere, sia diventato finalmente nomade, non più padrone del tempo e con la possibilità di imporre la propria volontà solo sul proprio divenire.
Immaginiamo che non abbia neanche scorto questa possibilità e si sia trovato sperduto nel deserto, con un passato che è solo menzogna e presente e futuro che son la ripetizione di giorni uguali, con la morte e la miseria come unica variabile.
L’uomo è una macchina desiderante, e a questo punto si poteva scegliere di “stringersi l’un l’altro con più forza e amore (…) comprendendo di essere rimasti soli l’uno per l’altro” oppure di desiderare la creazione di identità virtuali, un atto di necrofilia della volontà: necrofili, scelsero la seconda, e decisero che l’ente di produzione di identità fosse proprio quel sentimento a un tempo naturale e servile che è la paura.

II. LA PORNOGRAFIA DELLA PAURA

You love me because you’re frightened
I can easily believe my eyes
Your fear is my finest hour
My fear is your disguise
(Magazine – Because you’re frightened)

Oltre la fine del piacere vi è solo la pornografia, il piacere del piacere, e ad oggi la paura è il sentimento morboso che riesce ad eccitare il noumeno del Bloom.
La crisi, il terrorismo, la povertà, l’immigrazione, la disoccupazione e poi la morte: l’uomo gode nell’averne paura, perché si sente parte di qualcosa, ritrova un Dio una patria e una famiglia semplicemente applicando una dialettica negativa nei confronti di situazioni.
È esplicativa di ciò tutta l’opera di Kafka, e in particolare un ritratto di questa, per dirla con Blanchot, “sovranità del neutro”, il racconto “Davanti alla legge”.
In esso un contadino si trova di fronte alla porta che lo separa dalla Legge sorvegliata da un guardiano che gli dice “Per ora non puoi entrare e, comunque, davanti a me troveresti altre porte e altri guardiani”.
Passano gli anni, il contadino cerca di convincere ripetutamente e inutilmente il guardiano a farlo passare, finché stremato dalla vecchiaia non si trova in procinto di morire; il guardiano allora gli confessa che quella porta era destinata solo a lui, e ora che è moribondo va a chiuderla.
“Dove si credeva vi fossero leggi c’era desiderio, e desiderio soltanto” è scritto in “Kafka per una letteratura minore” ed effettivamente il contadino non scorge una linea di fuga, un superamento della sua condizione attuale (l’attesa) ma semplicemente il divieto, creandosi così l’identità dell’uomo che attende.
Così la paura, tanto comoda alle strutture di potere in quanto stasi dell’individuo, tanto comoda per quest’ultimo in quanto ultima possibilità di piacere.
Pensiamo agli ultimi massacri di Daesh: si annusavano sotto i pantaloni e le gonne del Bloom quelle sensazioni bagnate dei coiti notturni.
A Parigi un commando entrava in un noto locale per giovani e apriva il fuoco, a Bruxelles morivano bruciate ingenti quantità di persone (la morte come processo industriale, lezioni ben imparate dalle guerre occidentali) in aeroporto e in metro, a Nizza un camion falciava simpatici turisti vogliosi di prendere il sole e festeggiare la repubblica francese…
Tutta l’umanità, ergo il mondo capitalista, si stringe in un tremante abbraccio: finalmente qualcuno da odiare, finalmente potersi dire occidentali, finalmente la paura, finalmente noi.
La paura nella società dello spettacolo è il collante per anime altrimenti sradicate, ed è al contempo l’unica spinta vitale dell’umanità.

III. LA DIALETTICA DELLA PAURA

I love tube disasters
I wanna marry a tube disaster
I want another one like the last one
cause I live for tube disasters yeah
(Flux Of Pink Indians – Tube Disasters)

La paura come paradigma.
La paura disciplina e regge lo stato di cose presenti, poiché un individuo senza le speranze di benessere di ieri e senza il terrore dell’oggi è una grande possibilità insurrezionale: quando hai paura di perdere il poco che ti è rimasto, che poi sono gli spiccioli per bere e drogarti e un/una partner con cui condividere la tua solitudine, non potrai neanche immaginare un superamento.
Disarticolare ogni paura è il primo compito per contrastarla: la morte violenta c’è sempre stata, non sono i fascisti dello Stato islamico ad averla creata, il lavoro salariato è un’invenzione dei padroni, perderlo vorrebbe dire tornare allo stadio primigenio dell’esistenza, con tutta la sua moltitudine di possibilità evolutive, e così anche per la mancanza di ricchezze e proprietà.
Ogni terrore è intuizione dialettica, sono tutte parole, niente è vero. Se così è, non si può temere più nulla, perché tutto è lecito.

La paura come linguaggio.
Uomini e donne sono sottoposti/e a un bombardamento di paure costante, così da non scordarsi mai di essere soggettività paurose (quindi identità fisse).
Telegiornali, siti web, giornali, tutto concorre a sviluppare un linguaggio della paura: troppe bombe in giro per così pochi morti.
A costo di assumere posizioni Necaeviste -per non dire Machiavelliche- la guerra sociale ha bisogno di sfruttare il linguaggio della paura facendosene carico.
I militanti jihadisti, pur nella loro delirante visione del mondo, hanno indovinato la strategia: divenendo volutamente oggetto della paura, attirando su di loro le paure di tutti/e con azioni gratuitamente sanguinarie, sono diventati oggetto di desiderio da parte di coloro che la paura non volevano più subirla.
Dimostrando una grande intelligenza tattica, ISIS si spinge oltre all’organizzare la jihad contro il mondo occidentale. Tutto ciò che attacca quel mondo producendo paura da una parte e desiderio di elargirla da un’altra, è automaticamente ISIS. Non importano le intenzioni, le relazioni e le storie di chi agisce, in un conflitto la posta in gioco non è la coerenza ma l’offensività: la messa in serie di atti che facciano progredire il conflitto stesso. L’accumulo di potenza e lo sviluppo di rapporti di forza favorevoli: il mezzo.
Ciò non significa che la militanza rivoluzionaria debba utilizzare gli stessi metodi -tanto più constatando quanto i rapporti di forza ci vedano minoritari- né che debba tornare a utilizzare una metodologia definita “terrorista”.
Che peraltro non fa più paura a nessuno.
Prova ne è l’ultimo teorema datato 6 settembre della magistratura italiana contro gli/le anarchiche/i che, malgrado il polverone montato dagli scribacchini, non ha innescato il benché minimo processo timoroso-desiderante nei confronti dei cittadini.
Piuttosto utilizzare questo linguaggio contro ciò che si vuole intimorire.
Una sommossa, un riot, distrugge anche se per poche ore il quotidiano delle masse, dando l’assalto al loro spazio-la città devastata.
Come si è potuto non capire che il polverone mediatico all’indomani di ogni grande scontro di piazza era la prova che le azioni di quella giornata avevano lasciato un segno interiore nel pubblico molto più grosso delle due vetrine spaccate?
Come non capire che ci si era confrontati con lo spettacolo finalmente sullo stesso piano e non più in posizione difensiva?
Incutere paura al quotidiano, oltre la distruzione dello spazio, vuol dire frenare i meccanismi di produzione, ergo stoppare il tempo.
Il piccolo sabotaggio nei pressi della stazione di Bologna del 23 dicembre 2014 rallentò per ore il transito di passeggeri, blocco il traffico di merci umane, incutendo molto più terrore di qualsiasi grido barricadero. Il terrore del cittadino di non potere, anche per quel giorno, trascinare avanti normalmente la propria miserabile esistenza aggrappata agli scampoli di un benessere in rapido esaurimento.
Allo stesso modo ogni blocco dei camion operato dalle/dai compagni/e ai magazzini della logistica suscitano il terrore –un terrore omicida– nei padroni e nei loro affiliati: è un incubo che qualcuno alzi la testa rallentando sia il processo di ristrutturazione dei cosiddetti “diritti dei lavoratori” che la distribuzione delle merci in un paese quasi completamente post-industriale.
Il modo migliore per un rivoluzionario per incutere paura oggi è ridefinire spazio e tempo, che sia quindi lo spazio che creiamo (anche distruggendo) e il tempo che viviamo.

IV. OLTRE LA PAURA, VERSO IL DESIDERIO.

So if you ever think that life is just not worth living
If you doubt that you have anything left at all, worthy of truly giving
When life’s not making any sense and you’re filled with anger and resent
Remember love can conquer all, it is the start of state hates final fall
(Conflict – A Message To Who)

La macchina desiderante “uomo” non ha smesso di desiderare con la merce, lo ha semplicemente diretto nella ricerca dell’identità sradicata dallo spettacolo: sentirsi parte di qualcosa, di una nazione, di un genere, di una famiglia.
La paura è l’unico mezzo rimasto per raggiungere ciò, essendo venute a mancare tutte quelle condizioni filosofiche e sociali che avevano eretto le sovrastrutture autoritarie: avendo appurato che l’inconoscibile era irraggiungibile, ci si è messi a temerlo.
Una vita differente, culture lontane, soggettività indisciplinate, tutto è una minaccia.
La crisi del capitalismo finanziario poteva essere una eccezionale occasione per smarcarsi dal giogo del lavoro salariato e dal “migliore dei mondi possibili”, invece grazie a un’intelligente propaganda politica e massmediatica si è infuso terrore di morte e miseria nel cittadino che si è attaccato con le unghie e con i denti all’idea di “lavoro” (dove?) e “futuro”(quale?).
Questo terrore, lo ripetiamo ancora una volta, è una voglia. Sarebbe quantomeno ingenuo credere che la stragrande maggioranza di individualità occidentali siano a tal punto ottenebrate dalla propaganda massmediatica da credere sul serio a fantasmi ormai quasi trasparenti, il punto di base è che la paura tiene in costante veglia la personalità, fa sì che non si ponga domande, soddisfa quella pulsione repressa di generare desideri.
Alla crisi del piacere, che non trova più spazi se non nel piacere della paura, la risposta è un nuovo investimento libidinale nella creazione di relazioni non mercificate.
Se l’immaginario degli ultimi anni è completamente fondato sulla paura, bisogna opporre ad esso un nuovo immaginario fatto di corpi intrecciati, in continuo divenire, che soddisfano ogni necessità qui ed ora, senza deleghe né mezzi che non sia la volontà.
Anche qui la comune ritorna, il tentativo di tornare ad appagarsi di desiderio con la prospettiva di allacciare relazioni di condivisione sempre più ampie.
L’amplesso è più soddisfacente se inscritto in una prospettiva rivoluzionaria.
La paura è la pornografia che il capitale ci vende al modico prezzo della morte della voglia, l’insurrezione è la ricostruzione di un piacere senza limiti né freni.

 

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Estasi & Calore

Traduzione del pezzo di Automnia: “Ecstasy & Warmth“, pubblicato su The Occupied Times.

Nelle ultime settimane mi sono immerso nell’idea del fugitive planning. Nel loro libro “The Undercommons“, Fred Moten e Stefano Harney parlano di “una piattaforma comune, un energico set di posizioni… una notazione, uno studio e un punteggio fattosi tangibile” che sono “praticate su e oltre l’orlo della politica, nel suo sottosuolo.” La veloce melodia di queste parole mi ha tormentato dall’ultima tornata elettorale, e questo, senza dubbio, perché fa rima in maniera così stretta con quello che ho visto attorno a me. Gli eventi di maggio sembrano aver rilasciato una sommessa onda di conversazioni, un nuovo, delicatamente montante movimento di discussioni sul fare piani, e pianificare la fuga dall’insopportabile futuro che il nuovo governo sembra promettere.

Ma questo è anche un pianificare come scusa escapista per sfuggire al più che insopportabile presente. Ci chiamiamo a raccolta in modo da poter sedere nella calorosa oscurità che si raduna nel retro dei pub, e in modo di stare insieme alle persone che ci fanno sentire meno sole, meno spaventate, meno indifese. Tuttavia non importa quanto calore proviamo, sentiamo sempre il bisogno di negarlo. No, diciamo, non siamo venuti per stare insieme, ma per produrre; indichiamo fieri la nostra agenda adempiuta, evidenziamo le nostre azioni, ci crogioliamo nel senso di realizzazione che proviene dal prefiggersi nuove cose da realizzare.

Questa negazione è un sintomo dei corpi avvelenati con cui facciamo politica; corpi avvelenati dal lavorismo e dalla mascolinità eteronormativa che ci fa rivoltare contro la cura, non importa quanto secretamente bramiamo il suo abbraccio.
Marx disse che “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi”, ma è più un avvelenamento che un brutto sogno. I ritmi, modi e movimenti di lavoro e patriarcato non possono essere abbattuti da qualche momentaneo risveglio; sono così potenti in virtù della loro penetrante pervasività. Come tossine si nascondono in noi, e da noi filtrano nei nostri spazi. È questo veleno che rode il nostro organizzarci dall’interno, ma che lo attacca anche dall’esterno. Quando Owen Jones sputa bile su “assemblee antagoniste usate come terapia di gruppo” è questo avvelenamento che lo muove. La triste realta è che lui è così abituato alle tossine del lavoro e del machismo che l’idea di un antidoto contro di esse lo nausea.

Non ho molto da dire sulla prassi, quello lo lascerò ad altre persone molto più incisive e perspicaci di me. Invece sono interessato nelle strategie e tattiche già diffuse nella riproduzione della vita antagonista. Per vita antagonista intendo il vivere di tutte quelle persone per cui la sopravvivenza quotidiana è sinonimo di lotta. Eccomi qua, come penso siamo tutt*, per sempre indebitat* con Silvia Federici, i cui lavori così acutamente identificano “la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza [riproduzione]” come fondamentale per l’oppressione che proviamo. Gli agenti di questa distruzione prendono una moltitudine di forme; possono essere il razzista sul nostro autobus, il sessista nella nostra strada, il transfobico nella nostra toilette, il padrone di casa alla nostra porta. Sono la brutalità poliziesca quanto il basso salario, la cattiva salute come la cattiva volontà.

L’unico vero modo per sopravvivere a queste cose è pianificare, ed è quello che la maggioranza di noi fa. Usciamo con amici che sappiamo ci copriranno le spalle, che risponderanno ai colpi, che non accetteranno questo o quello, e dopo andiamo a casa e prendiamo le pillole che qualche compagn* ha lasciato lì. Ci stringiamo vicini ai nostri amici per passare tra le barriere, lasciamo i/le bambin* con i nostri genitori e facciamo la lavatrice dai vicini. Noi pianifichiamo, noi ci organizziamo, e facciamo questo tutti i giorni, senza mai fermarci abbastanza per chiamarla politica. Abbiamo le nostre pratiche, il nostro pensare, la nostra “piattaforma comune, un energico set di posizioni… una notazione, uno studio e un punteggio fattosi tangibile”. Il fugitive planning è già un fatto della nostra vita.

Quello che mi interessa di più è la riproduzione di questa pianificazione, che è anche, beninteso, la riproduzione della vita antagonista da cui viene generata. Sembra che sopravvivere sia spesso cercare qualcosa per cui valga la pena sopravvivere, e se questo è vero per come sopravviviamo, dovrebbe anche essere vero per come ci organizziamo. Così arriviamo ai due affetti che sento essenziali alla riproduzione delle nostre vite: l’estasi e il calore.

Estatico è il momento d’intensità trascendentale; lo provi nei club ed ai concerti quando sei pers* nella folla e nella musica. È la sensazione che provi quando non sei sicur* di dove sei, ma la ragione per cui esci è tornare là. Sono quei momenti di estasi che ci aiutano a resistere al lacerante tedio della sopravvivenza; sono così preziosi per noi perché ci offrono un po’ di sfogo, un po’ di evasione, per quanto fugace. Questo è, suppongo, l’essenza di vivere per il weekend. “La febbre del sabato sera” è un film sull’estatico. Possiamo pensare a un migliore avatar di questo affetto di Tony Manero? Del futuro “chi se ne fotte” dice al suo padrone, “il futuro è stasera, mi devo preparare!”.

Anche il calcio è un gioco che riguarda la produzione di estasi. È un teatro che scrive se stesso, e che, quando dà il suo meglio, produce sempre momenti di pura eccitazione . Si è parlato molto ultimamente del Clapton FC; un club di calcio dove un gruppo di fans chiamato “Clapton Ultras” ha guadagnato una reputazione per la folla inclusiva e radicale che creano sulle gradinate. Molte persone si sono concentrate sui cori che la folla canta o sulle bandiere che sventola, ma tutto questo manca il punto – la cosa più importante è la folla stessa.
Infatti, per essere più specifici, quello che veramente importa è cosa la folla stia consciamente producendo – il potenziale per l’estasi. Non dimenticherò mai il momento in cui James Briggs segnò un gol impossibile nella finale di coppa contro il Barking. La sensazione è stata indescrivibile, ma estasi è la parola che arriva più vicina a rendergli giustizia; una gioia moltiplicata mille volte dalla comunizzazione di essa tra la folla. Quello che rende il Clapton speciale è la possibilità di provare questa gioia da parte di chi è solitamente esclus* da altri campi di calcio, che sia per il bigottismo della folla dentro di essi o per il costo dei biglietti richiesti per entrare nello stadio e di conseguenza provare quell’esperienza. Il mio punto è questo; che il gusto dell’estatico non può essere esclusivamente per uomini bianchi eterosessuali abbastanza ricchi da poter permettersi di comprare gli abbonamenti dei club della Premier League.

Non possiamo, tuttavia, sopravvivere di sola eccitazione. L’estatico è potente solo quando è circondato da un altro, cruciale, affetto: il calore. È difficile trovare un altra parola per ciò che intendo con calore, perché è veramente un composito di molte sensazioni: sicurezza, vicinanza, comfort, agio, riposo. Suppongo che il calore sia venire rilasciat* da un fermo e trovare i propri amici e amiche che ti aspettano, ma è anche guardare un film tranquill* in compagnia. Il calore è ciò che rende la nostra lotta sopportabile, ammorbidisce i bordi della nostra rabbia e del nostro dolore e ci ferma dall’autolesionismo. Tu parli a amiche e amici dei tuoi incubi sui poliziotti e loro ti ascoltano, ti dicono che li hanno anche loro. Non fa scomparire gli incubi, non lo fa mai, ma indebolisce l’ombra che gettano sulla tua giornata.

Come ho detto all’inizio, il potenziale per il calore risiede nei molti incontri che già abbiamo. Quello che serve è smettere di combattere la sua esistenza. Invece dovremmo accettare l’inerente calore della vera collettività; chiederci l’un l’altra delle nostre vite, offrirci aiuto dove possiamo, spingere i contorni della nostra lotta oltre gli stretti confini del “politico”. Non dovremmo aver paura di trattenerci quando l’ordine del giorno è finito, nemmeno di provare piacere nel semplice fatto di essere lì, tra compagn*, tra amici/che.

Forse possiamo immaginare il comunismo come la delucidazione di questo calore ed estasi, come il loro emergere dall’eccezione dentro al quotidiano. La comunizzazione ci appare di conseguenza come il tentativo consapevole di creare spazi e collettività favorevoli alla produzione di questi affetti. Il nostro fugitive planning coinvolge già il far serata al club o andare allo stadio, ma quello che vorrei è che la gente riconosca queste attività come fondamentali per la riproduzione di una vita antagonista. Allo stesso modo ci scambiamo già farmaci, racconti di incubi e ci teniamo strett* a vicenda, ma ancora questi sono visti come atti accessori, come mere conseguenze invece che come componenti costitutivi della nostra lotta. Il mio sogno è di una politica che riconosca l’importanza vitale di calore e estasi, e che comprenda la loro vitalità – la loro potenza di vita e crescita. Posso vedere questa potenza creare nuove forme, nuove organizzazioni, addirittura nuove istituzioni. Potremmo avere clubs come la CNT e cliniche come le Black Panthers, trovando tanta eccitazione nei primi quanta cura nelle seconde.

Ancora più importante, tuttavia, è che permettiamo a questo riconoscimento d’informare tutto delle nostre politiche, di non isolarle in alcuni dei nostri spazi ma di accettarle in ognuno di essi. Insieme, l’estasi e il calore sono le condizioni indispensabili di qualsiasi progetto rivoluzionario; esse attenuano il dolore che s’impossessa dei nostri sogni e ci portano a quei momenti che ci fanno sognare di nuovo. Noi dobbiamo, come questione di grande urgenza, evadere dalla logica che dice che le lotte devono distruggerci e renderci miserabili, e invece iniziare a costruire culture che sono affettuose tanto quanto eccitanti.

Cerchiamo quindi di raggiungere l’estasi al di là di noi, permettiamoci di protenderci per essa fin dove pensiamo di poterlo fare. Ma, allo stesso tempo, non permettiamo al nostro tentativo di afferrare l’estatico di allontanarci da quello che è già intorno a noi: il grande caloroso abbraccio delle/dei nostr* compagn*. Raggiungendo e abbracciando a turno, troviamo quello con cui potremmo diventare qualcosa di più, più animato, più euforico, più curato, più amato. Nel calore e nell’estasi troviamo la possibilità di vivere una vita infinitamente migliore di quella che viviamo correntemente.

La nostra sopravvivenza può benissimo essere radicale, ma il nostro fiorire è rivoluzionario.

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